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Panforte

Il panforte è un disco senese alto due o tre centimetri fatto di frutta candita, mandorle, miele, zucchero, farina e spezie, cotto su un foglio di ostia di pane azzimo. Non è lievitato e non contiene uova né burro: si taglia a spicchi sottilissimi e si mangia a fine pasto con un bicchiere di vin santo. Il Panforte di Siena è IGP dal 2013.

Scheda in breveIGP
Famiglia
Dolci
Territorio
Toscana
Tutela
IGP
Nome registrato
Panforte di Siena IGPLa tutela vale per il nome per esteso, non per il termine generico.
Panforte, dolce della Toscana
Panforte, dolce della ToscanaLucarelli · Public domain

Che cos'è

Il panforte non è una torta, e chiamarlo tale porta fuori strada chiunque non lo abbia mai visto. È un disco basso, due o tre centimetri e non di più, di frutta candita e mandorle tenute insieme da miele e zucchero cotti, con una quantità di farina che serve solo a legare e una miscela di spezie che dà il nome all'insieme. Non c'è lievito, non ci sono uova, non c'è burro e non c'è nessun altro grasso aggiunto oltre a quello delle mandorle. Un disco classico da 250 grammi misura una quindicina di centimetri di diametro ed è sorprendentemente pesante per la sua taglia: è la prima cosa che si nota prendendolo in mano.

La base poggia su un foglio di ostia, la stessa cialda di pane azzimo usata per le ostie da altare e per i torroni. Non è una decorazione: serve a staccare il dolce dallo stampo e dalla teglia, e resta attaccata al fondo anche nella fetta, dove si riconosce come una velatura bianca e sottilissima. Va mangiata, non tolta.

Sotto il nome convivono due famiglie. Il panforte nero, o panpepato, è l'antenato: scuro, forte di pepe nero e spezie decise, in alcune versioni con cacao. Il panforte bianco, o Margherita, è la versione ottocentesca senza pepe, più chiara e spolverata di zucchero a velo: quella che oggi la maggior parte delle persone ha in mente quando dice panforte. Il Panforte di Siena è Indicazione Geografica Protetta riconosciuta dall'Unione Europea nel 2013, con area di produzione la provincia di Siena.

La consistenza è la parte che sorprende: gommosa e resistente sotto il dente per via del miele cotto, poi croccante quando si arriva alle mandorle. Il canditone di cedro e arancia lascia una scia amaricante che tiene a bada la dolcezza. È un dolce che non si mangia a fette, si mangia a spicchi di mezzo centimetro.

Dove nasce

Il panforte nasce a Siena e da Siena non si è mai davvero mosso. Le prime attestazioni sono medievali: alcuni documenti del 1205 registrano pani melati e panes pepatos consegnati come tributo alle monache del monastero di Montecelso, poco a nord della città. Pane melato significa impastato con il miele, pane pepato significa impastato con il pepe: c'è già tutto il dolce, secoli prima che si chiamasse panforte.

Il motivo per cui è nato qui e non altrove ha un nome preciso: la via Francigena. Siena era una delle grandi tappe del percorso che portava i pellegrini dal nord Europa a Roma, e con i pellegrini passavano i mercanti. Gli speziali senesi, una corporazione che nel Medioevo ha avuto potere e denaro, avevano accesso a pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano e zenzero quando in mezza Europa erano merce da principi. Le spezierie della città facevano medicine e confetture, e questi pani speziati stanno esattamente a metà tra le due cose: nutrimento denso, conservabile per mesi, con le spezie a fare da correttivo e da lusso.

Sul panforte circola la storia dei diciassette ingredienti che corrisponderebbero alle diciassette contrade di Siena. È una bella storia e va raccontata per quello che è: una tradizione narrativa, non una regola del disciplinare IGP, che non fissa alcun numero simbolico di ingredienti. Diverse ricette storiche ne contano un numero diverso, e la coincidenza con le contrade è una lettura affezionata costruita a posteriori. Il fatto che sia leggenda non la rende meno senese.

La data che segna la storia moderna del dolce è il 1879, quando in occasione della visita a Siena della regina Margherita di Savoia venne preparata una versione più chiara e più gentile: niente pepe nero, canditi di agrumi al posto delle spezie più aggressive, una spolverata di zucchero a velo sopra. Nacque così il panforte Margherita, che nel giro di pochi decenni ha superato in popolarità l'antenato scuro e ha portato il panforte fuori dai confini della Toscana.

Come si produce

Il procedimento è più vicino alla confetteria che alla pasticceria da forno. Miele e zucchero vanno sciolti insieme e portati a bollore fino al punto di piccola palla, intorno ai 115-120 gradi: è quel grado di cottura a decidere la consistenza finale, e sbagliarlo di poco dà un dolce o troppo molle o vetroso.

A parte si mescolano le mandorle (intere o appena spezzate, spesso tostate) con i canditi tagliati a cubetti, la farina e le spezie. Il canditone tradizionale è di cedro e di arancia; alcune ricette storiche e alcune produzioni attuali usano anche il melone candito, che è quello che dà i cubetti verdi e chiari nella fetta. Le spezie della miscela senese sono cannella, coriandolo, noce moscata, chiodi di garofano e macis, con l'aggiunta di pepe nero quando si fa il panpepato.

Lo sciroppo bollente si versa sul secco e si lavora in fretta, perché l'impasto si rapprende mentre si raffredda. Si stende in uno stampo circolare foderato con l'ostia, si livella a uno spessore di due-tre centimetri e si inforna a bassa temperatura, in genere intorno ai 150-160 gradi per poco più di mezz'ora. Non è una cottura che deve gonfiare o colorire: serve solo ad asciugare e a fissare la struttura.

Il disco esce dal forno ancora morbido e prende consistenza raffreddandosi: è a quel punto, e solo a quel punto, che diventa panforte. Sopra va lo zucchero a velo per la versione Margherita, mentre il panpepato viene spesso lasciato scuro o coperto di una spolverata di spezie. Il disciplinare del Panforte di Siena IGP fissa gli ingredienti ammessi e le quote minime di canditi e di mandorle, oltre a legare la produzione al territorio della provincia di Siena.

Come riconoscerlo

Il primo controllo si fa sulla fetta, non sulla confezione. In un buon panforte i pezzi di candito e le mandorle si vedono distintamente e si riconoscono uno per uno: cubetti di cedro e di arancia con la buccia ancora leggibile, mandorle intere o in mezzi. Se la sezione è omogenea e brunastra, con puntini indistinti annegati in una massa compatta, i canditi sono di scarto e le mandorle poche. Nei prodotti migliori la mandorla arriva a sfiorare un quinto del peso e si sente a ogni morso.

Il secondo controllo è il peso: un disco da 250 grammi deve sembrare più pesante di quanto la sua taglia suggerisca. Il panforte leggero è panforte pieno d'aria e di farina.

Il terzo è l'etichetta. Gli ingredienti veri si chiamano per nome: cedro candito, arancia candita, mandorle, miele, cannella, noce moscata, e compaiono in testa alla lista. Diffidare quando lo sciroppo di glucosio precede il miele, quando le spezie diventano genericamente aromi, e quando compaiono grassi vegetali, che nel panforte non hanno alcuna ragione di esistere. Sul Panforte di Siena IGP l'indicazione geografica e il marchio europeo sono stampati in etichetta.

Sotto, la crosta di ostia deve esserci: bianca, sottile, aderente. È il segno che il dolce è stato cotto come si deve e non colato in uno stampo antiaderente. Alla prova del coltello, infine, un buon panforte cede compatto e gommoso, con lo scricchiolio delle mandorle; non si sbriciola come un biscotto e non si spacca come una crosta.

Come si usa in cucina

Il panforte si serve a temperatura ambiente e si taglia con un coltello a lama liscia, mai seghettata: la lama dentata strappa i canditi e sfarina il bordo. Se il disco è molto compatto, la lama scaldata sotto l'acqua calda e asciugata entra molto meglio. Si taglia a spicchi, partendo dal centro, di mezzo centimetro scarso: sembrano pochi, ma il panforte è denso e uno spicchio sottile è la porzione giusta.

Il suo posto naturale è la fine del pasto, dopo il caffè o insieme al vino da meditazione, ed è in questa posizione che regge senza affaticare. Fuori dal fine pasto, l'abbinamento meno ovvio e più riuscito è con i formaggi: un pecorino toscano stagionato, un erborinato dolce, una robiola matura. La dolcezza speziata funziona sui formaggi esattamente come funziona una mostarda, e uno spicchio di panpepato accanto a un pecorino di fossa è uno dei modi migliori di chiudere una tavola toscana.

In cucina si usa poco, e va bene così: è un dolce già finito, non un ingrediente. Le due eccezioni che valgono la pena sono il panforte tagliato a dadini piccoli e mescolato a un gelato alla crema o al fior di latte, e la briciola di panforte tostata un attimo in padella e sparsa su una panna cotta o su una ricotta. Nulla di più elaborato: qualsiasi cottura ulteriore ne scioglie lo zucchero e ne disfa la struttura.

Ultima nota pratica: è un dolce da viaggio, ed è per questo che è sopravvissuto ottocento anni. Regge una valigia, un clima caldo e settimane di dispensa senza cambiare, cosa che nessun'altra pasticceria italiana fa altrettanto bene.

Abbinamenti

Il vino di riferimento è il Vin Santo toscano, e in particolare il Vin Santo del Chianti e del Chianti Classico: appassimento, botti piccole, un residuo zuccherino che regge la dolcezza del disco senza esserne schiacciato. È l'abbinamento di casa e resta il migliore.

Restando in provincia di Siena, il Moscadello di Montalcino, soprattutto nelle versioni da vendemmia tardiva, porta l'aromaticità del moscato contro le spezie e funziona benissimo con il Margherita. Sul panpepato, più pepato e più amaro, servono vini con più struttura: un passito importante, un Aleatico dell'Elba, un vino dolce da uve rosse che tenga testa al pepe e all'eventuale cacao.

La regola generale vale anche qui: il vino deve essere almeno dolce quanto il dolce, altrimenti sembra acido. Per questo con il panforte non funzionano gli spumanti secchi, e funzionano poco anche i moscati leggeri.

Fuori dal vino, il panforte va d'accordo con il caffè espresso, che ne pulisce la bocca, e con i distillati d'annata, un rum invecchiato o una grappa da vitigno aromatico. E, come detto, con i formaggi stagionati e piccanti, dove smette di essere un dessert e diventa una salsa solida.

Quanto costa

In una pasticceria del centro di Siena un disco artigianale da 250 grammi costa tra 8 e 12 euro, che fa 32-48 euro al chilo. Il panpepato, che ha più spezie e in genere lavorazioni più piccole, sta nella parte alta della forbice e supera spesso i 45 euro al chilo. Le pezzature da mezzo chilo, tipiche dei regali natalizi, viaggiano tra 18 e 25 euro.

Al supermercato lo stesso formato da 250 grammi costa tra 4 e 6 euro, cioè 16-24 euro al chilo: sono le produzioni industriali senesi, quasi sempre in versione Margherita, con meno mandorle e canditi più economici. Non sono un cattivo prodotto, ma sono un altro prodotto: la differenza si vede nella sezione prima ancora di sentirla al palato.

Il salto di prezzo tra i due mondi è quasi tutto nelle materie prime. Le mandorle e i canditi di cedro veri costano molto più della farina e dello sciroppo di glucosio che li sostituiscono, e sono la parte del panforte che si mangia davvero. Sotto i 20 euro al chilo, la matematica non torna.

Come conservarlo

Il panforte è nato per durare e dura: intero e sigillato si conserva sei mesi o più a temperatura ambiente, e le confezioni industriali dichiarano scadenze anche di un anno. Non serve nessuna precauzione particolare, se non tenerlo lontano dal caldo diretto e dall'umidità.

Una volta aperto va avvolto stretto in carta da forno e poi in un foglio di alluminio, oppure conservato in una scatola di latta, e consumato nell'arco di tre o quattro settimane. La faccia tagliata è il punto debole: esposta all'aria si asciuga e si indurisce, quindi va coperta bene.

Il frigorifero è l'errore più comune. Il freddo indurisce lo zucchero cotto e rende il disco quasi intagliabile, e l'umidità del frigo fa appiccicare la superficie zuccherata. Se il panforte è stato in frigo o in una stanza fredda, basta tenerlo un'ora a temperatura ambiente prima di tagliarlo.

Se con il tempo si è indurito troppo, dieci secondi di forno tiepido o un coltello caldo risolvono. Se invece la superficie diventa umida e appiccicosa, è segno di umidità in dispensa: si asciuga con una nuova spolverata di zucchero a velo e si sposta in un contenitore ermetico. Il congelatore non serve a nulla e non si usa.

Dove assaggiarlo

Siena, ovviamente, e nel centro storico più che altrove: l'asse tra via Banchi di Sopra e via di Città, che sale verso il Duomo e scende in Piazza del Campo, concentra le pasticcerie e le botteghe dove il panforte si compra al taglio, dal disco intero, e si assaggia prima di comprarlo. I nomi storici della città (Sapori, Nannini, Fiore, Parenti) sono la categoria di riferimento e coprono tutte le fasce, dall'artigianale al grande formato da esportazione.

Il periodo migliore è il mese che precede Natale, quando la produzione è al massimo e le botteghe espongono i dischi appena fatti. Ma il panforte a Siena si trova tutto l'anno, e trovarlo a luglio in una vetrina non è un segnale sospetto: è semplicemente come funziona qui.

Intorno alla città, vale la pena costruirci una giornata: Montalcino per il Moscadello e il Brunello, Montepulciano, San Gimignano, e le crete senesi in mezzo. Chi arriva da Firenze impiega poco più di un'ora con i pullman rapidi, e Siena è una delle poche città italiane in cui il dolce identitario si mangia ancora dove è nato, prodotto da chi lo produce da generazioni.

Ultima annotazione: durante il Palio, il 2 luglio e il 16 agosto, la città è invivibile per chiunque cerchi una pasticceria tranquilla. Il panforte, in quei giorni, si compra il giorno prima.

Ricette con questo prodotto

Approfondimenti

Domande frequenti

Quanto si conserva il panforte?

Intero e sigillato si conserva sei mesi o più a temperatura ambiente, e le confezioni industriali arrivano a dichiarare un anno. Una volta aperto, avvolto in carta da forno e alluminio o chiuso in una scatola di latta, si mantiene bene tre o quattro settimane. Va tenuto fuori dal frigorifero, che lo indurisce e ne inumidisce la superficie.

Il panforte è senza glutine o vegano?

Non è né l'uno né l'altro. Contiene farina di frumento, quindi non è adatto ai celiaci, e contiene miele, che lo esclude da una dieta vegana. È però naturalmente privo di uova e di latticini, cosa che lo rende uno dei pochi dolci natalizi italiani adatti a chi ha intolleranza al lattosio o allergia all'uovo. Contiene mandorle, e in molte produzioni anche altra frutta a guscio.

Che differenza c'è tra panforte e panpepato?

Il panpepato è l'antenato: scuro, con pepe nero e una miscela di spezie molto più decisa, in alcune versioni con cacao. Il panforte bianco o Margherita nasce nel 1879 per la visita a Siena della regina Margherita di Savoia, elimina il pepe, alleggerisce le spezie e si copre di zucchero a velo. Stessa struttura, stessa tecnica, due intensità completamente diverse.

Come si taglia e si serve il panforte?

Con un coltello a lama liscia, mai seghettata, a temperatura ambiente e a spicchi di mezzo centimetro partendo dal centro. Se il disco è molto compatto, scaldare la lama sotto l'acqua calda e asciugarla. L'ostia sul fondo non si toglie: fa parte del dolce e si mangia.

Il panforte si mangia solo a Natale?

È il suo momento di massimo consumo, ma a Siena si produce e si vende tutto l'anno, e storicamente era un dolce da dispensa più che da festa. La lunga conservazione lo ha reso per secoli un alimento da viaggio e da provvista, non una preparazione legata a una singola data.

Le fonti

Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.

  1. 1

    Il regolamento del 7 maggio 2013 che registra «Panforte di Siena» come IGP: la protezione è recente, il dolce no.

  2. 2

    La distinzione fra versione bianca (copertura di zucchero a velo) e versione nera (copertura di spezie), con dimensioni, pesi ammessi e composizione dell'impasto.

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