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Vin Santo

Il Vin Santo toscano si fa con uve Trebbiano e Malvasia appassite su graticci o appese fino a gennaio, poi fermentate e dimenticate per anni in caratelli sigillati con la madre. Esiste secco, amabile e dolce, e nella versione Occhio di Pernice si fa con il Sangiovese. Quello da sei euro al supermercato è un'altra cosa.

Toscana
Vin Santo, vino della Toscana
Vin Santo, vino della ToscanaGabriele Cantini · CC BY 2.0
DOP
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Che cos'è

Il Vin Santo è un vino da uve appassite prodotto in Toscana, con quattro denominazioni proprie: Vin Santo del Chianti Classico, Vin Santo del Chianti, Vin Santo di Montepulciano e Vin Santo di Carmignano. Non è un liquore, non è fortificato e non ha alcol aggiunto: l'alcol, fra i 15 e i 17 gradi, viene tutto dallo zucchero dell'uva appassita.

Le uve sono bianche: Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca Lunga, che nel Chianti Classico devono costituire almeno il 60% dell'uvaggio. La versione Occhio di Pernice si fa invece con il Sangiovese (almeno l'80% nel Chianti Classico, almeno il 50% a Montepulciano) e il nome viene dal colore, un ambra che tira al rosato come l'occhio della pernice.

In etichetta compare il grado di dolcezza, e non è un dettaglio: si va dal secco, con pochi grammi di zucchero residuo e un profilo da vino ossidativo, all'abboccato, all'amabile, al dolce, che supera i cento grammi per litro. Leggere quella parola prima di comprare risolve metà dei malintesi su questo vino.

L'invecchiamento minimo è di tre anni in caratelli per il Vin Santo del Chianti Classico, quattro per la Riserva e per l'Occhio di Pernice. Le rese sono minime: cento chili di uva fresca danno all'incirca venticinque litri di vino, contro i settanta di una vinificazione normale.

Sull'origine del nome circolano tre racconti: il vino usato per la messa, la pressatura durante la Settimana Santa, e l'aneddoto del cardinale greco che al Concilio di Firenze del 1439 avrebbe detto che quel vino veniva da Xantos. Nessuno dei tre è documentato.

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Dove nasce

Il Vin Santo è toscano in senso stretto solo per le denominazioni: vini con lo stesso nome si fanno in Trentino, in Umbria e nel Veneto, con uve e metodi diversi. Ma il modello di riferimento, quello dei caratelli e della vinsantaia, è delle colline fra Firenze, Siena, Arezzo e Prato.

È il vino della casa colonica prima che del mercato. Nella mezzadria toscana ogni podere teneva qualche caratello nel sottotetto, e la bottiglia si apriva quando arrivava una visita: il prete, il medico, il fidanzato della figlia. Si chiamava vino da visita e non aveva prezzo perché non si vendeva. Il commercio è arrivato tardi, negli anni Settanta e Ottanta.

La geografia che conta è verticale: la vinsantaia è il piano più alto della casa, sotto il tetto, senza isolamento. In inverno ci si va sotto zero, in agosto si superano i quaranta gradi, e questo sbalzo è il motore del processo. La fermentazione riparte in primavera, si ferma in inverno, riparte l'anno dopo, per anni. Nessuna cantina interrata darebbe lo stesso risultato: qui la cantina buona è quella che non protegge.

Le zone: il Chianti Classico fra Firenze e Siena, con Panzano, Radda, Gaiole e Castellina; Montepulciano, dove il Vin Santo si affina nelle cantine di tufo sotto il paese; Carmignano, a ovest di Firenze; la Rufina e i Colli Senesi.

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Come si produce

Si vendemmia presto, a metà settembre, scegliendo i grappoli più sani e spargoli, perché dovranno stare mesi senza marcire. Nessuna uva danneggiata entra nella vinsantaia: un acino muffito ne rovina cento.

L'appassimento avviene in due modi: su graticci, le stuoie di canna dette anche cannicci o arelle, con i grappoli distesi in un solo strato; oppure appesi a ganci o a fili tesi sotto le travi. Il secondo metodo asciuga meglio ma occupa più volume. In entrambi i casi la stanza va ventilata e l'uva controllata a mano per settimane.

Si pigia fra dicembre e marzo, quando gli acini hanno perso dal 50 al 70% del peso e lo zucchero arriva a 350-400 grammi per litro. Il mosto, denso come miele, va nei caratelli: botticelle da 50 a 200 litri, di rovere, castagno, ciliegio, gelso o ginepro, che si riempiono per tre quarti e si sigillano con cemento o cera.

Dentro il caratello c'è la madre: il fondo di lieviti e feccia lasciato dalla partita precedente, che avvia la nuova fermentazione. Si tramanda da decenni, come il lievito madre del pane, e ogni azienda ha la sua.

Da qui in poi non si tocca più niente. Il caratello resta chiuso per anni, la fermentazione parte d'estate e si ferma d'inverno, l'ossigeno che filtra dal legno costruisce le note ossidative, e ogni anno evapora una parte del contenuto. Alla fine si spilla, si assaggia caratello per caratello e si decide che cosa imbottigliare: non tutti riescono, e i caratelli scartati finiscono in aceto o in un'etichetta minore.

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Come riconoscerlo

La bottiglia standard è da 375 millilitri, alta e stretta. In etichetta devono comparire la denominazione (Vin Santo del Chianti Classico, di Montepulciano, di Carmignano, del Chianti) l'annata, il grado di dolcezza e, se è il caso, le diciture Riserva o Occhio di Pernice.

Quello che distingue il vino vero è quasi sempre il prezzo, e non per snobismo: le rese sono di un terzo rispetto a una vinificazione normale, il capitale resta fermo tre o quattro anni, i caratelli sono piccoli e perdono per evaporazione. Un Vin Santo da caratello sotto i 20 euro la mezza bottiglia è aritmeticamente difficile.

A fianco esiste un prodotto industriale, legale e diffuso, venduto in bottiglie da 500 o 750 millilitri a 6-12 euro: uva appassita poco o mosto concentrato, fermentazione in acciaio o in botti grandi, poco tempo, spesso zucchero aggiunto. Ha il nome ma non il metodo.

Nel bicchiere il colore va dall'oro carico all'ambra al topazio scuro; l'Occhio di Pernice tende al rame rosato. Al naso: albicocca secca, fico, noce, miele di castagno, scorza d'arancia candita, caramello, e nei più vecchi una nota rancio da vino ossidativo. In bocca la dolcezza, quando c'è, è tenuta in piedi da un'acidità tagliente e da un finale amarognolo di mandorla.

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Come si usa in cucina

Il gesto conosciuto è inzuppare i cantucci, i biscotti di Prato con le mandorle intere, nel bicchiere. È un rito vero e vale la pena farlo almeno una volta, ma conviene sapere che cosa fa: il biscotto è dolce, secco e mandorlato, e con un Vin Santo dolce somma zucchero a zucchero, appiattendo il vino. Il risultato migliore si ottiene con un amabile semplice, tenendo un vin santo secco o un Occhio di Pernice per il bicchiere e basta.

In cucina il Vin Santo entra in due piatti toscani precisi: il fegato di pollo sfumato per i crostini neri e le scaloppine di vitello. In entrambi i casi lo zucchero caramella e l'acidità pulisce, e serve un cucchiaio, non un bicchiere. Si usa anche nei ripieni di ricotta e sul gelato, dove qualche goccia sostituisce lo sciroppo. Per cuocere si prende una bottiglia semplice, ed è il caso in cui l'industriale ha una sua funzione, tenendo il caratello per la tavola.

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Abbinamenti

Il compagno più riuscito non è il dolce ma il formaggio: pecorino toscano stagionato, di fossa, e soprattutto i formaggi erborinati. Il gorgonzola piccante con un Vin Santo dolce è un abbinamento migliore di qualunque biscotto.

Con il foie gras e i patè di fegato funziona per lo stesso motivo: grasso e sale contro zucchero e acidità.

Sui dolci: crostate di frutta secca, torta di mandorle, panforte e ricciarelli di Siena, castagnaccio, frutta secca al naturale (noci, fichi, datteri, mandorle tostate). Con il cioccolato fondente ci vuole un dolce con struttura, e l'Occhio di Pernice regge meglio della versione bianca.

Il Vin Santo secco, invece, va trattato come un vino ossidativo da aperitivo: mandorle salate, olive, prosciutto, parmigiano. In Toscana si beve anche prima di pranzo, e sorprende chi lo conosce solo come vino da dessert.

Da evitare: dolci alla crema molto zuccherati, gelati troppo freddi e frutta fresca acidula, che spengono il vino.

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Quanto costa

In Italia un Vin Santo artigianale da caratello costa fra 25 e 60 euro per la mezza bottiglia da 375 millilitri. Le etichette di riferimento (Isole e Olena, Selvapiana, Castell'in Villa, Rocca di Montegrossi) stanno nella parte alta, e gli Occhio di Pernice più rari, come quello di Avignonesi a Montepulciano, superano i 150 euro.

Negli Stati Uniti la fascia è 35-90 dollari per 375 ml, con i vertici oltre i 150. Nel Regno Unito, 28-70 sterline.

Il prodotto industriale sta fra 6 e 12 euro, spesso in bottiglia da 500 o 750 millilitri. Non è illegale ed è utile per cucinare; semplicemente non è lo stesso vino.

Il conto che spiega la differenza: cento chili di uva danno venticinque litri di Vin Santo invece dei settanta di un vino secco; il caratello resta fermo tre o quattro anni in un solaio; una parte evapora ogni estate; alla fine qualche caratello viene scartato all'assaggio. Nessuna di queste voci si può comprimere. Chi vuole spendere poco fa meglio a comprare un Passito di Pantelleria a 20 euro che a cercare un Vin Santo da caratello a sei.

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Come conservarlo

Temperatura di servizio 12-14 gradi per le versioni dolci, 14-16 per i secchi. Servito troppo freddo il Vin Santo perde il naso; servito a temperatura ambiente in estate diventa stucchevole. Il bicchiere è piccolo, a tulipano, riempito per un terzo.

Non serve decantare. Le bottiglie molto vecchie possono avere un velo di deposito: si versa piano.

Quanto dura chiuso: moltissimo. Un Vin Santo di dieci anni è giovane, uno di venti è nel pieno, e le annate storiche reggono quarant'anni. Si conserva a 12-16 gradi, al buio, in verticale o coricato indifferentemente.

La cosa più utile da sapere riguarda la bottiglia aperta: grazie all'alcol alto, allo zucchero e al profilo già ossidativo, un Vin Santo richiuso in frigorifero regge settimane, spesso mesi, senza cambiare in modo percepibile. È l'opposto di un rosso da pasto, e una mezza bottiglia si può bere in dieci sere diverse.

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Dove assaggiarlo

La vinsantaia non è una cantina da visita organizzata: è un solaio, spesso con la scala stretta, e per questo le aziende che la mostrano lo fanno su appuntamento e in piccoli gruppi. Vale la pena chiedere: vedere i caratelli sigillati con la data scritta sul cemento spiega il prezzo meglio di qualunque scheda.

Nel Chianti Classico le zone storiche sono Panzano, Radda in Chianti, Gaiole e Castellina, dove quasi tutte le aziende affiancano al rosso qualche centinaio di bottiglie di Vin Santo. A Greve in Chianti, sotto i portici di piazza Matteotti, si trova al calice in enoteca.

A Montepulciano il Vin Santo riposa nelle cantine di tufo scavate sotto i palazzi del corso, e l'Occhio di Pernice locale è una delle versioni più ricercate d'Italia. A Carmignano, venti chilometri a ovest di Firenze, la denominazione è piccola e le bottiglie escono in poche migliaia. A febbraio, alla Chianti Classico Collection di Firenze, molte aziende versano anche il Vin Santo.

Un consiglio pratico: nelle trattorie toscane il Vin Santo di fine pasto è spesso offerto dalla casa e quasi sempre industriale. Se il locale ne ha uno d'azienda in carta, ordinarlo al calice costa 5-8 euro e cambia completamente l'idea che uno si è fatto di questo vino.

Ricette con questo prodotto

Domande frequenti

Perché il Vin Santo del supermercato costa sei euro e quello in enoteca sessanta?

Perché sono due prodotti diversi con lo stesso nome. Il Vin Santo da caratello nasce da uve appassite per mesi, rende venticinque litri ogni cento chili di uva, resta tre o quattro anni in botticelle da cinquanta litri chiuse in un solaio e perde una parte per evaporazione. Quello industriale usa appassimento breve o mosto concentrato, fermenta in acciaio, esce presto e spesso viene addolcito. Il secondo è legale e utile in cucina, ma non è la stessa bevanda.

Che cos'è l'Occhio di Pernice?

La versione fatta con il Sangiovese invece che con le uve bianche: almeno l'80% nel Vin Santo del Chianti Classico, almeno il 50% a Montepulciano. Il nome viene dal colore, un ambra ramato che tira al rosato come l'occhio della pernice. È più raro, richiede almeno quattro anni di caratello, ha più struttura e più tannino, e costa molto di più.

Il Vin Santo è sempre dolce?

No, ed è l'errore più comune. Il disciplinare prevede secco, abboccato, amabile e dolce, e la dicitura è obbligatoria in etichetta. Il secco ha pochi grammi di zucchero residuo e si beve come un vino ossidativo, anche come aperitivo con le mandorle salate. Chi lo compra pensando allo sciroppo resta spiazzato: basta leggere l'etichetta.

Che cos'è la madre del Vin Santo?

Il fondo di lieviti e feccia che resta nel caratello dopo la partita precedente e che avvia la fermentazione della nuova. Funziona come il lievito madre del pane: si tramanda per decenni, non si compra, ed è uno dei motivi per cui il Vin Santo di ogni azienda ha un carattere riconoscibile.

Le fonti

Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.

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