Che cos'è
Il pico è un filo di pasta lungo venti o trenta centimetri e spesso tra i due e i quattro millimetri, ottenuto arrotolando a mano un pezzetto di impasto sul tagliere. L'impasto è di farina e acqua, con al massimo un cucchiaio d'olio; l'uovo non c'entra, ed è la prima cosa che distingue i pici dalle paste all'uovo emiliane.
Il gesto che li fa si chiama appiciare, e da lì viene il nome. Si stende una sfoglia spessa mezzo centimetro, si taglia a strisce, e ogni striscia viene rotolata tra il palmo e il legno finché non si allunga in un filo. Nessun pico è identico all'altro: uno è più grosso al centro, uno si assottiglia alla fine, e questa irregolarità è la ragione tecnica per cui il sugo si aggrappa. Una trafila darebbe sezione costante e superficie liscia.
A Montalcino e in parte della Val d'Orcia lo stesso formato si chiama pinci, e la differenza è solo di nome. In alcune zone si tirano un po' più sottili, in altre si arriva al mezzo centimetro e il piatto diventa quasi un pasto da solo.
Dove nasce
La Toscana meridionale è il territorio dei pici: la Val d'Orcia con Pienza, San Quirico d'Orcia, Castiglione d'Orcia e Montalcino, la Val di Chiana senese intorno a Montepulciano, Sinalunga e Torrita di Siena, e poi giù verso Chiusi, Cetona, Sarteano e San Casciano dei Bagni. Il confine settentrionale sta più o meno all'altezza di Siena; a nord del Chianti i pici non appartengono alla tradizione locale.
La loro storia è quella della cucina povera senese: farina, acqua e tempo, in una zona dove le uova si vendevano e non si mangiavano. Sono documentati nei ricettari toscani come pasta di magro, il formato che si preparava nei giorni in cui i grassi animali erano vietati.
Celle sul Rigo, frazione di San Casciano dei Bagni in provincia di Siena, dedica ai pici una sagra estiva che va avanti da decenni ed è il punto in cui si vede il gesto fatto da chi lo fa da sempre. Sagre analoghe si tengono in molti paesi della Val d'Orcia e della Val di Chiana tra luglio e settembre.
Come si produce
L'impasto è semplice e poco perdonante: farina di grano tenero tipo 0, o una parte di semola rimacinata per dare più tenuta, e acqua tiepida in ragione di circa la metà del peso della farina. Sale, e un filo d'olio che serve a rendere l'impasto più docile sotto le mani. Si lavora dieci minuti buoni, finché non è liscio, poi riposa mezz'ora coperto.
La stesura si fa con il matterello, non con la macchina: la sfoglia deve restare spessa mezzo centimetro. Si taglia a strisce larghe come un dito e da lì comincia il lavoro vero, striscia per striscia, rotolando dal centro verso l'esterno con le due mani aperte. Ci vuole circa un'ora per quattro persone, ed è tempo che non si comprime.
I pici tirati si dispongono su un vassoio spolverato di semola o di pangrattato, mai farina che si attacca, e si lasciano asciugare venti o trenta minuti prima di cuocerli. Cuociono in acqua abbondante da cinque a otto minuti secondo lo spessore, e vanno assaggiati perché il tempo non è mai lo stesso due volte.
Esiste una versione essiccata industriale, trafilata al bronzo, che dà un formato tondo e spesso ma perde l'irregolarità: cuoce in dodici o quattordici minuti ed è una pasta corretta, non la stessa cosa.
Come riconoscerlo
Un pico fatto a mano ha spessore variabile lungo il filo, superficie opaca e leggermente ruvida, e qualche piega o attorcigliamento dove la mano ha spinto più forte. Se tutti i fili sono identici la pasta è uscita da una trafila.
Al banco della pasta fresca si controlla il colore: giallo pallido, quasi bianco. Se è giallo carico dentro c'è uovo o curcuma, e non è più un pico.
Sull'etichetta della pasta secca l'elenco ingredienti deve dire semola di grano duro e acqua, punto. La dicitura trafilata al bronzo e l'essiccazione a bassa temperatura, sotto i 50 gradi per venti ore o più, indicano una lavorazione che tiene la superficie ruvida.
In trattoria si giudica dal piatto: i pici devono essere lunghi e disordinati, mai in matassa ordinata, e il sugo deve restare aggrappato quando si solleva la forchetta invece di scivolare sul fondo.
Come si usa in cucina
I sughi tradizionali sono quattro e sono tutti poveri. All'aglione: pomodoro e aglione della Valdichiana, un allium grande come un pugno e molto più digeribile dell'aglio comune, tutelato come Presidio Slow Food, cotto lentamente in olio finché non si disfa. Alle briciole: pangrattato tostato in olio con aglio e peperoncino, il condimento dei giorni in cui non c'era altro, che a Montalcino si chiama anche pici alle molliche. Cacio e pepe nella versione toscana, con pecorino di Pienza al posto del romano, più dolce e meno salato. E poi il ragù, che qui è di nana, l'anatra muta, o di cinghiale, cotto ore.
Qualunque sia il sugo, la regola di manteca è la stessa: i pici si scolano al dente e si finiscono in padella con un mestolo di acqua di cottura, perché rilasciano molto amido e costruiscono la cremosità da soli.
L'acqua di cottura va salata meno del solito quando il condimento prevede pecorino, che porta già sale in abbondanza.
Da evitare i sughi liquidi e i condimenti a base di panna: il pico è spesso, ha bisogno di un sugo che lo rivesta, non di una salsa in cui nuotare.
Abbinamenti
Il territorio dei pici è anche quello di tre denominazioni importanti, e l'abbinamento più ovvio è quello giusto. Con l'aglione e le briciole va un Rosso di Montalcino o un Rosso di Montepulciano, giovani e di buona acidità. Con il ragù di cinghiale si sale al Nobile di Montepulciano o al Brunello, che hanno tannino sufficiente per la selvaggina.
Con il ragù di nana funziona bene anche un Chianti Colli Senesi, che sta a mezza strada.
A tavola il pecorino toscano è l'accompagnamento naturale, grattugiato ma non troppo: il pico ha già il suo sapore di grano e un formaggio troppo invadente lo copre. Il pane sciocco toscano, senza sale, serve a raccogliere il fondo.
Sull'aglione vale la pena ricordare che non lascia l'alito dell'aglio comune, per via del basso contenuto di allicina: è la ragione per cui in Valdichiana se ne usa a manciate.
Quanto costa
Al banco della pasta fresca, in Toscana, i pici costano tra 8 e 14 euro al chilo, con le botteghe di Pienza e Montepulciano nella parte alta della forbice. Una porzione è di 100-120 grammi, più delle paste sottili, perché il formato è saziante ma la resa in cottura è contenuta.
La pasta secca artigianale trafilata al bronzo sta tra 4 e 7 euro per il pacco da 500 grammi, cioè 8-14 euro al chilo. I marchi industriali generalisti scendono sotto i 3 euro a pacco.
Al ristorante un piatto di pici all'aglione costa tra 10 e 14 euro nelle trattorie della Val d'Orcia, tra 14 e 18 nei locali di Montalcino e Montepulciano più orientati al turismo.
Fatti in casa costano quasi niente: mezzo chilo di farina e acqua sono meno di un euro. Il costo è il tempo, circa un'ora di lavoro di mani per quattro persone.
Come conservarlo
Freschi si tengono in frigorifero due giorni, stesi su un vassoio spolverato di semola e coperti con un canovaccio, non con la pellicola: hanno bisogno di respirare o inumidiscono e si incollano.
Si congelano bene da crudi. Si dispongono distanziati su un vassoio, si mettono in freezer un'ora finché non induriscono, poi si trasferiscono in un sacchetto. Durano tre mesi e vanno buttati in acqua bollente da congelati, aggiungendo un minuto o due al tempo di cottura.
Si possono anche essiccare completamente, appesi o stesi, per otto o dieci ore in ambiente asciutto e ventilato. Una volta secchi durano mesi in un contenitore di vetro, ma diventano fragili e vanno maneggiati con cura.
Cotti e conditi si conservano male: l'amido continua a lavorare e il giorno dopo la pasta è collosa. Se avanzano, la strada migliore è ripassarli in padella con olio e pecorino, non riscaldarli nel sugo.
Dove assaggiarlo
Pienza, Montepulciano, Montalcino, San Quirico d'Orcia e Sarteano hanno trattorie dove i pici si tirano ogni mattina, e in molte si vede il tagliere dalla sala. Nelle botteghe di Pienza si comprano freschi insieme al pecorino, che è l'altro prodotto per cui il paese è conosciuto.
A Siena i pici sono in quasi tutti i menu, con qualità molto variabile: nelle osterie fuori dal circuito di Piazza del Campo si mangia meglio e si spende la metà.
Celle sul Rigo, nel comune di San Casciano dei Bagni, tiene la sua sagra dei pici in estate; feste analoghe si susseguono da luglio a settembre nei paesi della Val d'Orcia e della Val di Chiana, e sono l'occasione per vedere decine di persone che appiciano in fila.
Montepulciano e Montalcino uniscono i pici alle degustazioni di Nobile e Brunello: molte cantine servono un piatto di pici all'aglione come parte della visita.
Ricette con questo prodotto
Domande frequenti
I pici contengono uova?
No. L'impasto tradizionale è di farina e acqua, con eventualmente un cucchiaio d'olio. È una pasta di magro, nata in una cucina in cui le uova erano merce da vendere. Le versioni con uovo esistono ma non appartengono alla tradizione senese.
Che differenza c'è tra pici e pinci?
Nessuna sostanziale: pinci è il nome usato a Montalcino e in parte della Val d'Orcia per lo stesso formato. Cambia il termine, non l'impasto né il gesto.
Che cos'è l'aglione della Valdichiana?
È un allium di grande pezzatura, imparentato con il porro più che con l'aglio comune, coltivato tra Val di Chiana senese e aretina e tutelato come Presidio Slow Food. Ha pochissima allicina, quindi è molto più digeribile e non lascia odore. Un solo spicchio pesa quanto un'intera testa d'aglio.
Serve la macchina per fare i pici?
No, e anzi la macchina è controproducente. La sfoglia va tirata spessa mezzo centimetro con il matterello e ogni filo va rotolato a mano: è proprio l'irregolarità della sezione a far tenere il sugo.
Quanto tempo serve per farli in casa?
Circa dieci minuti di impasto, mezz'ora di riposo e poi quaranta o cinquanta minuti di lavoro di mani per quattro persone. È un'operazione che si fa comodamente in due, e in Val d'Orcia si è sempre fatta così.
