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Pasta e pane

Torta di ceci

Farina di ceci, acqua, olio e sale, cotti in una teglia larga nel forno a legna: è lo stesso impasto della farinata, ma cambiando città cambiano nome e spessore. A Livorno è la torta, a Pisa la cecìna, a Carrara la calda calda, a Genova la farinata.

LiguriaToscana
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Che cos'è

La torta di ceci è un disco sottile di pastella di farina di ceci cotto in una teglia di rame stagnato dentro un forno a legna a temperatura altissima. Ha la superficie irregolare, con bolle scure e zone quasi bruciate, e l'interno morbido, quasi cremoso. Non contiene glutine, uova né latticini: è farina di ceci, acqua, olio extravergine, sale e pepe.

La questione dei nomi è la cosa più interessante e la più fraintesa. Lo stesso impasto, lungo un tratto di costa che va da Nizza a Livorno, si chiama in almeno sei modi. A Genova e in Liguria è farinata. A Livorno è la torta, o torta di ceci. A Pisa e in Versilia è la cecìna. A Massa e Carrara è la calda calda. A Nizza è socca. A Sassari, dove l'hanno portata i genovesi, è la fainè.

Cambiano anche gli spessori, e non di poco. La farinata genovese è sottilissima, tre o quattro millimetri, e punta alla croccantezza. La torta livornese è più alta, quasi un centimetro, e resta cremosa dentro. La cecina pisana sta nel mezzo. Non sono ricette diverse: è la stessa pastella versata in quantità diversa nella stessa teglia.

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Dove nasce

La farina di ceci arriva sulle coste tirreniche con il commercio mediterraneo e resta perché risolve un problema: dà un piatto sazio, proteico ed economico senza grano. Nelle città portuali diventa cibo di popolo, venduto per strada a chi non aveva cucina.

La leggenda più raccontata la fa nascere nel 1284, dopo la battaglia della Meloria fra Genova e Pisa: sulle navi genovesi in tempesta si sarebbero rovesciati sacchi di ceci e barili d'olio, la poltiglia salata sarebbe stata lasciata asciugare al sole e mangiata per necessità. È una bella storia e quasi certamente falsa, ma dice qualcosa di vero sulla geografia del piatto, che segue esattamente le rotte marittime genovesi.

A Livorno la torta diventa istituzione nell'Ottocento, in una città portuale, franca e cosmopolita, dove il cibo di strada serviva scaricatori e marinai. Da lì nasce il cinque e cinque, il panino che è ancora oggi il simbolo alimentare della città.

A Pisa la cecina segue la stessa strada e si lega alle friggitorie del centro; a Carrara e a Massa la calda calda accompagna il lavoro nelle cave di marmo. Ogni città ha adattato lo spessore al proprio modo di mangiarla.

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Come si produce

Le proporzioni classiche sono una parte di farina di ceci ogni tre di acqua: trecento grammi di farina per un litro. Per la torta livornese si scende leggermente sull'acqua, perché deve restare più alta e cremosa.

La farina si stempera nell'acqua fredda con una frusta, evitando i grumi, e poi la pastella riposa. Il riposo è il passaggio che quasi tutti saltano ed è quello che conta di più: da quattro a dieci ore, durante le quali l'amido si idrata e in superficie sale una schiuma bianca che va rimossa con un mestolo. Quella schiuma è la responsabile dell'amaro e del gonfiore intestinale, e toglierla cambia il risultato.

Si aggiungono sale e olio extravergine in quantità generosa, cinque o sei cucchiai per litro di pastella, e si mescola.

La teglia è larga, bassa e tradizionalmente di rame stagnato, perché conduce il calore in modo rapido e uniforme. Si unge abbondantemente, si versa la pastella e si inforna nel forno a legna a 280-300 gradi. La cottura dura dai dieci ai venti minuti a seconda dello spessore, e la torta è pronta quando la superficie è chiazzata di bruno e i bordi si staccano dalla teglia.

Si serve subito, tagliata a spicchi o a quadri con la rotella, con una macinata abbondante di pepe nero.

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Come riconoscerlo

La superficie non deve essere uniforme. Una torta di ceci fatta bene è chiazzata: zone dorate, zone brune, qualche punto quasi nero sui bordi. Un disco di colore omogeneo indica cottura in forno elettrico a temperatura troppo bassa.

Il bordo è il punto di controllo. Deve essere sottile, croccante e leggermente ricurvo, staccato dalla teglia. A Livorno la parte bruciacchiata del bordo si chiede espressamente ed è la più contesa.

Al taglio l'interno deve essere compatto ma umido, di colore giallo caldo. Se è asciutto e farinoso la pastella era troppo densa; se cola è cruda.

L'olio si deve vedere: una torta di ceci non è un piatto magro e il fondo deve essere lucido. Le versioni che risparmiano sull'olio risultano stoppose e si riconoscono al primo boccone.

Il sapore è dolce e terroso, con l'amaro appena accennato del cece. Un amaro forte e persistente significa pastella non riposata o schiuma non tolta.

Ultimo indizio, decisivo: se il locale la tiene sotto una lampada in attesa, andare altrove. La torta si mangia entro pochi minuti dall'uscita dal forno e le torterie serie scandiscono la giornata sulle infornate.

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Come si usa in cucina

Il modo livornese è il cinque e cinque: una fetta di torta infilata dentro un panino, un francesino o una focaccia, con pepe nero e, per chi lo vuole, melanzane sott'olio. Il nome viene dal prezzo di un tempo, cinque centesimi di pane e cinque di torta. È carboidrato dentro carboidrato, è sconsigliabile su ogni piano nutrizionale ed è uno dei panini più buoni d'Italia.

A Pisa e in Versilia la cecina si mangia più spesso da sola, a fette, in piedi, con il pepe. A Carrara la calda calda si vende a peso e si porta via nella carta.

A casa funziona come antipasto o come piatto unico leggero, accompagnata da verdure. Non regge condimenti sopra: qualcuno ci mette stracchino o cipolla, e in Liguria la farinata con le cipolle o con i bianchetti è tradizione, ma la versione toscana resta nuda.

Riscaldata è accettabile solo in padella antiaderente o in forno, mai al microonde, che la rende gommosa in dieci secondi.

L'unica regola vera è il pepe. La torta di ceci senza pepe nero macinato al momento è incompleta, e in tutte le città della costa il macinapepe sta sul banco a disposizione del cliente.

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Abbinamenti

A Livorno si beve la spuma, una bibita gassata dolce che con il cinque e cinque forma un abbinamento che nessun sommelier approverebbe e che funziona perfettamente. La birra chiara è l'alternativa moderna più diffusa.

Sul vino, serve un bianco secco e tagliente che pulisca dall'olio: un Vermentino della costa toscana, un Pigato ligure, un Bianco di Pitigliano. I rossi coprono e non hanno ragione di esserci, con l'eccezione di un rosato leggero servito freddo.

A tavola la torta di ceci sta bene accanto alle verdure sott'olio, alle acciughe, alle olive taggiasche e ai formaggi freschi. Con il pesce del Tirreno funziona come contorno insolito ma coerente: il cacciucco livornese e una fetta di torta sono una cena completa.

Evitare l'accostamento con i formaggi stagionati e con i salumi grassi: il cece è già dolce e untuoso, e la somma è pesante.

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Quanto costa

Una fetta di torta in una torteria di Livorno o Pisa costa fra 1,50 e 3 euro; a peso si sta fra 10 e 16 euro al chilo. Il cinque e cinque completo, cioè panino e torta, va dai 3,50 ai 5 euro ed è ancora oggi uno dei pranzi più economici della costa toscana.

A Carrara la calda calda si compra a fette da 2 euro circa nei chioschi vicino alle cave e in centro.

In Liguria la farinata segue prezzi analoghi, fra 2 e 3,50 euro a fetta nelle sciamadde genovesi.

Farla in casa costa pochissimo: mezzo chilo di farina di ceci sta fra 2,50 e 5 euro e rende quattro teglie. La spesa vera è l'olio extravergine, che non si può ridurre senza rovinare il piatto.

Fuori dalle zone d'origine si trova nei locali liguri e toscani delle grandi città a 4-6 euro a porzione. All'estero è quasi introvabile, salvo nei ristoranti italiani di fascia alta e nelle città francesi vicine a Nizza, dove la socca è ovunque a 4-6 euro.

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Come conservarlo

La torta di ceci non si conserva, e chi dice il contrario non l'ha mangiata appena sfornata. La finestra utile è di dieci o quindici minuti: dopo mezz'ora il bordo croccante è passato e la superficie si ammorbidisce. Dopo un'ora è un'altra cosa.

Se avanza, si tiene in frigorifero coperta per un giorno e si rigenera in padella antiaderente ben calda, due minuti per lato, oppure in forno a 220 gradi per cinque minuti. Il risultato è discreto, mai buono come l'originale.

Non si congela con risultati accettabili: la struttura è troppo umida e in scongelamento rilascia acqua.

La pastella cruda, invece, si conserva benissimo. In frigorifero regge due giorni coperta, e anzi migliora: il riposo lungo è il segreto del piatto, e una pastella di ventiquattro ore dà una torta più dolce e più digeribile di una di quattro. Va solo rimescolata e rischiumata prima dell'uso.

La farina di ceci va tenuta in un contenitore chiuso al buio e consumata entro sei mesi: irrancidisce più in fretta della farina di grano, e una farina vecchia dà un amaro che nessun riposo corregge.

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Dove assaggiarlo

A Livorno, nelle torterie del centro e attorno al Mercato delle Vettovaglie, il grande mercato coperto del 1894 che è uno dei più belli d'Italia. Il quartiere della Venezia Nuova, con i canali e i magazzini settecenteschi, è il posto giusto per un cinque e cinque, soprattutto a fine luglio durante Effetto Venezia, quando il quartiere si riempie di banchi e concerti.

A Pisa la cecina si mangia nelle friggitorie del centro storico, nella zona di piazza delle Vettovaglie e lungo le strade fra il Duomo e l'Arno. È il pranzo standard degli studenti, il che significa porzioni grandi e prezzi bassi.

A Massa e Carrara la calda calda si trova nei chioschi e nelle botteghe, ed è tradizionalmente il cibo dei cavatori: mangiarla dopo una visita alle cave di marmo di Colonnata, dove si fa anche il lardo, è un itinerario di mezza giornata.

In Liguria, per confrontare, le sciamadde genovesi del centro storico servono la farinata sottile insieme alle torte di verdura. Fra Genova e Livorno ci sono tre ore di treno e due prodotti che si somigliano moltissimo senza essere lo stesso.

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Domande frequenti

Torta di ceci e farinata sono la stessa cosa?

Stesso impasto, spessori e nomi diversi. La farinata genovese è sottilissima e punta al croccante; la torta livornese è quasi il doppio più alta e resta cremosa dentro; la cecina pisana sta nel mezzo. A Carrara si chiama calda calda, a Nizza socca, a Sassari fainè.

Perché si dice cecìna e non cècina?

L'accento cade sulla i: ce-CI-na. Cècina con l'accento sulla prima sillaba è invece il nome di una cittadina della costa livornese. Sono due parole diverse che si scrivono nello stesso modo, e sbagliare l'accento è il classico segnale di chi non è del posto.

Che cos'è il cinque e cinque?

Il panino livornese per eccellenza: una fetta di torta di ceci dentro un francesino o una focaccia, con pepe nero e spesso melanzane sott'olio. Il nome viene dal prezzo storico, cinque centesimi di pane e cinque di torta. Si accompagna tradizionalmente con la spuma.

La torta di ceci è senza glutine e vegana?

Sì su entrambi i fronti: farina di ceci, acqua, olio extravergine, sale e pepe, senza grano, uova o latticini. Attenzione però al forno condiviso con altre preparazioni e, nel caso del cinque e cinque, al pane, che di glutine ne ha eccome.

Perché la mia torta di ceci viene amara?

Quasi sempre perché la pastella non ha riposato abbastanza o perché non è stata tolta la schiuma che sale in superficie durante il riposo. Servono almeno quattro ore, meglio otto, e la schiuma va rimossa con un mestolo. L'altra causa possibile è farina di ceci vecchia, che irrancidisce in fretta.

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