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Pasta e pane

Farinata

La farinata è una sfoglia sottile di farina di ceci, acqua e olio d'oliva cotta in teglia di rame nel forno a legna. È il cibo di strada di Genova: tre ingredienti, nessun lievito, cottura violenta e pochi minuti.

Liguria
Farinata, pasta e pane della Liguria
Farinata, pasta e pane della LiguriaAndy Li · CC0
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Che cos'è

La farinata è una torta salata bassissima (tre o quattro millimetri) fatta con farina di ceci, acqua, olio extravergine e sale. Non c'è lievito, non c'è uovo, non c'è farina di grano: la struttura viene solo dalla farina di ceci, che in cottura si compatta sotto e si gonfia sopra in bolle scure e croccanti.

In genovese si chiama fainâ, e a Genova è un piatto quotidiano, non una specialità: si compra a taglio nelle sciamadde (le friggitorie storiche del centro) e nelle pizzerie al taglio, si mangia in piedi, calda, con una macinata di pepe nero. Costa poco e sazia molto, che è esattamente il mestiere per cui è nata.

È naturalmente senza glutine, senza lattosio e vegana. Nessuno a Genova ci pensa mai, ma è la ragione per cui negli ultimi dieci anni ha smesso di essere solo ligure.

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Dove nasce

Genova e tutta la costa ligure, da Ventimiglia a La Spezia. La leggenda che si racconta in città la fa nascere dopo la battaglia della Meloria del 1284: una tempesta avrebbe rovesciato barili d'olio e sacchi di ceci nelle stive delle galee genovesi, la poltiglia salata dall'acqua di mare sarebbe stata seccata al sole e mangiata per fame, e il risultato sarebbe piaciuto abbastanza da diventare un piatto. Da qui il nome ironico di oro di Pisa, che i genovesi le danno ancora.

È una bella storia e quasi certamente falsa: le torte di legumi cotte su pietra sono documentate nel Mediterraneo molto prima. Quello che è vero è che la farinata segue le rotte genovesi. È diventata socca a Nizza, fainé a Sassari (portata dai liguri) e fainá a Buenos Aires e Montevideo con l'emigrazione, dove si mangia sopra la pizza.

In Toscana la stessa preparazione si chiama cecina a Livorno e Pisa, torta di ceci a Carrara e in Versilia. A Savona esiste anche una farinata bianca fatta con farina di grano, che è una cosa diversa e locale.

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Come si produce

Le proporzioni sono la parte che conta: una parte di farina di ceci per circa tre di acqua, in peso. La farina va stemperata poco alla volta con una frusta perché non faccia grumi, poi l'impasto, che è liquido come una crema molto lenta, riposa da quattro a dieci ore a temperatura ambiente.

Durante il riposo sale in superficie una schiuma biancastra che va tolta con un mestolo: contiene le saponine dei ceci, ed è la responsabile del retrogusto amaro nelle farinate fatte male. È il passaggio che quasi tutte le ricette casalinghe saltano.

Si aggiungono sale e una parte dell'olio, si mescola, e si versa in un testo di rame stagnato: largo, basso, già unto con olio abbondante. Lo strato deve restare sottilissimo. Il forno deve essere a legna e molto caldo, tra 300 e 350 gradi: la cottura dura dai dieci ai quindici minuti, giusto il tempo che la superficie si increspi e faccia le bolle brune.

Il rame è tecnicamente decisivo perché conduce il calore in modo uniforme e istantaneo. Una teglia di alluminio in un forno di casa dà qualcosa di commestibile ma diverso.

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Come riconoscerlo

Una buona farinata è sottile: se supera il centimetro non è farinata, è una torta di ceci. La superficie è irregolare, con macchie brune e bolle, mai uniformemente dorata. Il fondo deve essere ben unto e leggermente croccante, il cuore cremoso e umido.

Al gusto deve sapere di cece e di olio, con una punta amarognola appena accennata. Se l'amaro è aggressivo la schiuma non è stata tolta; se sa di farina cruda la cottura è stata troppo corta o il forno troppo freddo.

Si taglia a spicchi o a rettangoli irregolari con una spatola, e si serve senza posate. Se ve la portano tiepida e rigida, è stata scaldata due volte: la farinata si mangia entro pochi minuti dal forno.

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Come si usa in cucina

La farinata classica si mangia così com'è, con pepe nero macinato al momento, l'unica aggiunta che i genovesi accettano senza discutere. Non si condisce, non si farcisce, non si accompagna.

Le varianti locali riconosciute sono poche e antiche: con i bianchetti, cioè il novellame di sarda, quando la pesca era ancora consentita; con la cipolla affettata sottile; con il rosmarino; con i carciofi a fette. A Savona la si trova con la salsiccia, in Riviera di Ponente con lo stracchino sopra, aggiunto a fine cottura.

È perfetta dentro una focaccia tagliata a metà: a Genova si chiama focaccia con la farinata ed è un carboidrato dentro un altro carboidrato, senza vergogna. Fredda non ha senso; riscaldata in padella antiaderente recupera decentemente.

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Abbinamenti

Un bianco ligure secco e sapido: Pigato, Vermentino della Riviera Ligure di Ponente, Bianchetta Genovese. La sapidità del vino regge il grasso dell'olio e l'amaro del cece.

A Genova, però, la farinata si beve con la birra chiara o con un bicchiere di bianco della casa in piedi al bancone, e nelle sciamadde è così che si fa.

In tavola sta bene prima di un piatto di pesce o accanto a un'insalata di stoccafisso, e regge bene anche il confronto con salumi grassi come la mortadella o il lardo.

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Quanto costa

Al taglio in una sciamadda o in una pizzeria genovese, una porzione costa tra 2 e 3,50 euro. Al chilo si sta tra 12 e 18 euro, cifra che ha poco senso perché nessuno la compra a peso.

La materia prima è economica: la farina di ceci costa 3-6 euro al chilo, e da un chilo di farina escono quattro o cinque teglie grandi. Quello che si paga è il forno a legna e il rame.

Le versioni surgelate da supermercato stanno sui 6-8 euro al chilo e non valgono la spesa: la farinata è un piatto che vive dei suoi primi cinque minuti.

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Come conservarlo

Non si conserva, e chiunque dica il contrario non l'ha mai mangiata appena sfornata. Entro un'ora perde la croccantezza; dopo qualche ora diventa gommosa.

Se proprio avanza, in frigorifero coperta regge un giorno, e si rigenera in padella antiaderente a fuoco medio, due minuti per lato, senza aggiungere olio. Il forno statico a 200 gradi per cinque minuti funziona quasi altrettanto bene. Il microonde la rovina.

L'impasto crudo invece si conserva bene: in frigorifero regge due giorni, e anzi migliora, perché il riposo lungo rende la farinata più digeribile e meno amara.

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Dove assaggiarlo

A Genova le sciamadde del centro storico sono l'indirizzo obbligato: l'Antica Sciamadda di via Ravecca, la Sciamadda di vico dei Biscotti, e le friggitorie attorno a piazza Sarzano e via San Vincenzo. Sono locali stretti, con il bancone di marmo e il forno a legna a vista.

Fuori Genova, tutta la costa: Recco, Camogli e Rapallo a Levante; Savona, Albenga e Sanremo a Ponente, dove la farinata incrocia la socca nizzarda.

In Toscana, a Livorno e Pisa la cecina si mangia dentro una schiacciata (il cinque e cinque) che è un piatto a sé e merita il viaggio. A Sassari la fainé genovese si serve ancora nei locali storici della città vecchia.

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Domande frequenti

La farinata contiene glutine?

No. È fatta solo di farina di ceci, acqua, olio e sale, quindi è naturalmente priva di glutine. L'unico rischio è la contaminazione: nelle pizzerie viene spesso cotta nello stesso forno del pane, quindi chi è celiaco deve chiedere.

Perché la mia farinata viene amara?

Perché non è stata tolta la schiuma che affiora durante il riposo dell'impasto. Contiene le saponine dei ceci ed è la causa quasi esclusiva del retrogusto amaro. Va schiumata con un mestolo prima di infornare.

Si può fare la farinata nel forno di casa?

Sì, ma serve la temperatura massima, la funzione statica e una teglia larga e bassa già rovente, unta d'olio abbondante. Non verrà come quella a legna, ma con uno strato di tre millimetri e quindici minuti a 250 gradi si arriva vicino.

Che differenza c'è tra farinata e cecina?

Nessuna sostanziale: è lo stesso piatto con nomi diversi. Farinata in Liguria, cecina a Livorno e Pisa, torta di ceci a Carrara e in Versilia. Cambiano lo spessore, di solito un po' maggiore in Toscana, e le abitudini di servizio.

Quanto deve riposare l'impasto?

Almeno quattro ore, meglio otto o dieci. Il riposo idrata la farina, riduce l'amaro e rende la farinata più digeribile. In frigorifero si può tenere fino a due giorni.

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