Che cos'è
Il Pecorino Romano è un formaggio a pasta dura e cotta prodotto esclusivamente con latte intero di pecora, crudo o termizzato, coagulato con caglio di agnello in pasta. La forma è cilindrica, alta 25-40 centimetri e larga 25-35, e pesa da 20 a 35 chili: è una delle forme più grandi del panorama ovino europeo.
La caratteristica che lo separa da ogni altro pecorino è la salatura. Non si usa la salamoia ma il sale grosso strofinato a mano sulla forma, ripetuto a ondate per due o tre mesi. Il risultato è un formaggio con una sapidità che arriva prima di tutto il resto, e una piccantezza tagliente che viene dal caglio di agnello: il caglio in pasta contiene lipasi che scompongono i grassi del latte e liberano quelle note pungenti che il caglio liquido non dà.
È un formaggio da condimento più che da tavola, e il disciplinare lo dice esplicitamente distinguendo due stagionature: minimo cinque mesi per il pecorino da tavola, minimo otto per quello da grattugia.
Dove nasce
La zona DOP comprende l'intero territorio della Sardegna, l'intero Lazio e la provincia di Grosseto. È una geografia che sorprende chi legge il nome: oggi circa il 95% delle forme nasce in Sardegna, dove la pastorizia ovina è arrivata con i caseari laziali a fine Ottocento, quando la domanda romana e americana superò la capacità produttiva del Lazio.
La storia è però romana per intero. Columella, nel De re rustica del I secolo, descrive una cagliata di latte di pecora rotta finemente e pressata che è riconoscibilmente questo formaggio; Plinio il Vecchio lo cita fra i caci più apprezzati dell'Urbe. Alle legioni ne spettava una razione quotidiana di poco meno di trenta grammi, perché non deperiva e reggeva la marcia.
Il riconoscimento italiano arriva nel 1955, il Consorzio di tutela nel 1979, la DOP europea nel 1996.
Come si produce
Il latte di pecora intero viene filtrato e portato a 38-40 gradi, poi coagulato con caglio di agnello in pasta. La cagliata si rompe fino a granuli grandi come chicchi di riso e si cuoce a 45-48 gradi: è questo passaggio che espelle il siero e dà la pasta compatta.
La massa viene estratta, messa nelle fascere, pressata e marchiata a fuoco. Dopo qualche giorno inizia la salatura a secco: sale grosso strofinato sulla superficie, forma per forma, ripetuto a intervalli per ottanta o cento giorni. È un lavoro manuale che nessuna salamoia sostituisce, e spiega perché il Pecorino Romano contiene circa il 5% di sale.
Segue la stagionatura in ambienti freschi e umidi: cinque mesi minimo, otto per la destinazione da grattugia, spesso dieci o dodici nelle produzioni migliori. Le forme destinate alla grattugia ricevono una cappatura nera di protezione; quelle da tavola restano con la crosta naturale, avorio o paglierino.
Come riconoscerlo
Sulla crosta deve comparire il marchio all'origine del Consorzio: una testa di pecora stilizzata dentro un rombo, ripetuta a tappeto su tutto lo scalzo insieme alla dicitura Pecorino Romano. È impresso con una matrice prima della salatura, quindi è dentro la crosta, non stampato sopra.
La pasta è bianca o leggermente paglierina, compatta, con occhiatura scarsa e irregolare. Al taglio si sbriciola in scaglie, non in fette flessibili: un pecorino romano che si piega non ha stagionato abbastanza. Al naso deve avere una punta pungente, quasi ovina; in bocca il sale arriva subito, poi resta un finale piccante.
Attenzione al banco: cacio romano, pecorino tipo romano e romano generico non sono la stessa cosa. Solo la dicitura Pecorino Romano DOP e il marchio a rombi garantiscono il disciplinare.
Come si usa in cucina
Va grattugiato al momento e mai scaldato direttamente: sotto il calore diretto il pecorino romano si separa e diventa filante e gommoso. Nella cacio e pepe si scioglie fuori dal fuoco, con acqua di cottura tiepida e non bollente, lavorandolo a crema prima di incontrare la pasta.
È un condimento salato, quindi va tolto sale a tutto il resto. Nella carbonara sostituisce integralmente il parmigiano nella versione romana ortodossa; in molte cucine si usa una miscela, due terzi pecorino e un terzo parmigiano, per smussare la sapidità.
Fuori dalla pasta funziona a scaglie sulle fave fresche, sui carciofi crudi, dentro le polpette e nel ripieno dei carciofi alla romana. La crosta, raschiata e pulita, si getta nel minestrone: rilascia sapore per un'ora intera.
Abbinamenti
Regge vini bianchi strutturati e sapidi più che rossi importanti: un Vermentino di Gallura, un Frascati Superiore, una Malvasia puntinata del Lazio. Sui pecorini più stagionati e piccanti funziona il contrasto dolce, dal Passito di Pantelleria a un Moscato di Sorso-Sennori.
A tavola si accompagna a miele di corbezzolo o di cardo, confettura di fichi, pere e noci. Fra i piatti, il pecorino romano è legato in modo indissolubile a guanciale, pepe nero, fave e carciofi.
Quanto costa
Al banco di una salumeria si va dai 14 ai 20 euro al chilo per una stagionatura di otto-dieci mesi; le forme da ventiquattro mesi di produttori artigianali sardi superano i 26 euro. Al supermercato il pecorino romano DOP in tranci confezionati sta fra 13 e 18 euro al chilo.
Il prezzo all'ingrosso ha oscillato molto negli ultimi anni: dopo il crollo del 2019 che portò in piazza i pastori sardi, le quotazioni sono risalite sopra i 12 euro al chilo alla forma. Conviene sempre comprare un pezzo di crosta compresa e grattugiarlo in casa: il grattugiato industriale in busta perde metà dell'aroma e costa di più al chilo.
Come conservarlo
Il trancio si conserva in frigorifero, nel cassetto delle verdure, avvolto prima in un panno leggermente inumidito e poi in carta oleata o carta forno. La pellicola a contatto diretto lo fa sudare e ammorbidire la crosta.
Dura così due o tre mesi. Se la superficie di taglio si asciuga troppo e diventa vetrosa basta raschiarla via. Una muffa bianca o verde secca sulla crosta si elimina con un panno bagnato di aceto; muffe rosa, nere o umide sono invece un fenomeno diverso da quello secco della crosta, e a quel punto vale la data sulla confezione o un parere del casaro.
Grattugiato si congela benissimo in un contenitore rigido e dura sei mesi, ma perde le note più fini: meglio congelare il trancio intero, tagliato in porzioni da 200 grammi. Le croste si conservano in freezer e finiscono nelle minestre.
Dove assaggiarlo
A Roma, dove il pecorino romano è la spina dorsale delle quattro paste di trattoria: Testaccio e il Pigneto restano i quartieri dove la cacio e pepe si fa ancora senza panna e senza scorciatoie.
In Sardegna vale il viaggio la fascia dei caseifici storici fra Macomer, Thiesi e Bortigali, nel Marghine, dove si visitano le sale di salatura. Il Nuorese e la Marmilla ospitano piccole produzioni con stagionature lunghe difficili da trovare fuori dall'isola.
Nel Lazio la produzione DOP è ormai minoritaria ma resiste nella Sabina e nell'Agro Pontino, dove qualche caseificio lavora ancora latte locale.
Ricette con questo prodotto
Domande frequenti
Perché si chiama romano se si produce in Sardegna?
Perché la ricetta e la tecnica sono laziali e antiche di duemila anni. A fine Ottocento i caseari romani si spostarono in Sardegna, dove c'erano più pecore e più latte, portando con sé il metodo. Il disciplinare DOP comprende oggi Sardegna, Lazio e provincia di Grosseto.
Che differenza c'è tra pecorino romano e pecorino sardo?
Sono due DOP diverse. Il romano è più salato, più piccante e stagiona almeno cinque mesi con salatura a secco; il sardo esiste in versione dolce, con venti-sessanta giorni di stagionatura, e maturo, molto più delicato del romano in entrambi i casi.
Il pecorino romano è adatto ai vegetariani?
No. Il disciplinare impone il caglio di agnello in pasta, di origine animale, ed è proprio quello a dargli la piccantezza. Non esiste una versione DOP con caglio microbico.
Quanto pecorino romano serve per la cacio e pepe?
Circa 60-70 grammi ogni 100 grammi di pasta secca, grattugiati finissimi. Va sciolto fuori dal fuoco con poca acqua di cottura tiepida, altrimenti si aggruma.
Contiene lattosio?
In quantità minime. Dopo cinque mesi di stagionatura il lattosio è praticamente esaurito dai batteri lattici, e nelle forme da otto mesi in su i valori sono sotto la soglia rilevabile.
Le fonti
Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.
L'atto del giugno 1996 che iscrive «Pecorino Romano» fra i formaggi DOP italiani.
Da qui si scarica il disciplinare: latte ovino intero delle sole zone ammesse, salatura a secco e stagionature minime distinte fra da tavola e da grattugia.
I numeri della filiera (allevatori e caseifici) e la conferma che la produzione si concentra in Sardegna, non nel Lazio come lascerebbe intendere il nome.
