Che cos'è
I mostaccioli napoletani, mustacciuoli in dialetto, sono rombi di impasto speziato alti un paio di centimetri, cotti in forno per pochi minuti e poi immersi nel cioccolato fondente fuso. Fuori sono lucidi e croccanti, dentro morbidi e umidi, con una speziatura che si sente subito e resta a lungo.
L'impasto è fatto di farina, zucchero o miele, cacao, mandorle, canditi e una miscela di spezie che a Napoli si chiama pisto: cannella, chiodi di garofano, noce moscata, anice stellato, coriandolo. Si compra già pronta nelle drogherie del centro storico nelle settimane prima di Natale, ed è la firma di tutta la pasticceria natalizia napoletana.
A far lievitare non c'è lievito di birra né lievito chimico classico, ma il bicarbonato d'ammonio, l'ammoniaca per dolci, che in cottura evapora del tutto e lascia una struttura porosa capace di restare morbida per settimane. È il motivo per cui un mostacciolo di dicembre si mangia ancora bene a metà gennaio.
La parola mostaccioli indica dolci molto diversi lungo tutta la penisola: in Calabria, a Soriano, sono figure durissime di miele e farina modellate a cavallo, a pesce, a cuore; in Umbria e in Abruzzo sono biscotti secchi. La versione morbida a rombo ricoperta di cioccolato è quella campana, ed è quella che il mercato italiano intende quando dice mostaccioli.
Dove nasce
L'antenato è il mustaceum romano, descritto da Catone nel De agri cultura: farina impastata con mosto d'uva, anice, cumino, strutto e formaggio, cotta su foglie di alloro. Da lì viene il nome, e da lì viene la logica del dolce: il mosto cotto era il dolcificante disponibile prima che lo zucchero arrivasse in quantità, e le spezie servivano a conservare oltre che a insaporire.
La versione napoletana si forma tra Sei e Settecento nelle cucine conventuali della città, dove arrivano insieme lo zucchero, il cacao e le spezie del commercio coloniale. Il cioccolato di copertura è l'ultima aggiunta in ordine di tempo, ottocentesca, e ha finito per diventare l'elemento che tutti riconoscono.
A Napoli il mostacciolo non vive da solo. Fa parte di un quartetto natalizio che si compra insieme, spesso nello stesso vassoio: il roccocò, ciambella durissima di mandorle e pisto; il susamiello, biscotto a esse fatto con miele e avanzi d'impasto; il raffiuolo, pasta di savoiardo coperta di glassa bianca. Ogni pasticceria della città ha la sua proporzione tra i quattro e la sua ricetta del pisto, tenuta stretta.
La stagione è precisa: si comincia intorno all'8 dicembre e si finisce con l'Epifania. Fuori da quelle settimane i mostaccioli si trovano in poche pasticcerie, e quasi sempre perché li chiedono i turisti.
Come si produce
Si parte dalle mandorle tostate e macinate, che si mescolano alla farina, allo zucchero (o al miele, nelle ricette più antiche), al cacao amaro e al pisto. I canditi, in genere cedro e arancia a cubetti piccoli, entrano subito, così si distribuiscono senza rompere l'impasto.
Si bagna con acqua tiepida, succo d'arancia o miele sciolto, quanto basta a legare, e si aggiunge il bicarbonato d'ammonio sciolto in poco liquido. L'impasto resta sodo e appena appiccicoso: non va lavorato a lungo, perché il glutine indurirebbe il risultato.
Si stende a uno spessore di un centimetro e mezzo o due, e si taglia con la rotella a rombi di otto o dieci centimetri di lato. La forma non è casuale: il rombo è il modo più economico di tagliare una sfoglia senza avanzi, e infatti in pasticceria non si ritagliano mai due volte gli stessi ritagli.
La cottura è breve e alta: dodici-quindici minuti a centottanta gradi. I mostaccioli devono uscire ancora morbidi al centro, perché continuano ad asciugare fuori dal forno. Un mostacciolo cotto fino a essere sodo in teglia diventa un biscotto duro il giorno dopo.
Si lasciano raffreddare del tutto e poi si ricoprono di cioccolato fondente temperato, immergendoli o versandolo sopra e lasciando colare il resto su una griglia. Il temperaggio è ciò che dà la superficie lucida e il rumore secco al morso: una copertura non temperata resta opaca e si smacchia sulle dita.
Come riconoscerlo
Il rombo deve avere spigoli netti e altezza uniforme. Le forme arrotondate o gonfie al centro segnalano un impasto troppo umido o una cottura sbagliata.
La copertura deve essere cioccolato fondente vero, sottile e lucida, che si spezza con un rumore secco. Se è spessa, opaca e cede sotto le dita a temperatura ambiente, quasi sempre è una glassa di surrogato al posto del burro di cacao, e in bocca resta una patina grassa.
Al morso l'interno deve essere morbido e umido, mai asciutto o farinoso. Un mostacciolo secco è un mostacciolo vecchio o troppo cotto, e i due difetti si distinguono da un dettaglio: quello vecchio è duro ma profumato, quello troppo cotto è duro e amaro sui bordi.
Le spezie devono sentirsi tutte insieme e nessuna da sola. Se domina la cannella o, peggio, l'anice, il pisto era sbilanciato: nella miscela napoletana nessuna spezia deve emergere sulle altre.
Cerca i canditi al taglio: devono esserci, in cubetti piccoli e ben distribuiti. Un impasto uniforme senza inclusioni è una versione industriale semplificata.
Come si usa in cucina
Si mangiano così come sono, a temperatura ambiente, uno per persona a fine pasto o nel pomeriggio con il caffè. Un mostacciolo pesa tra i sessanta e i cento grammi ed è denso: è una porzione piena, non un biscotto da vassoio.
Dal frigorifero non vanno mai serviti. Il freddo indurisce l'interno e opacizza il cioccolato, e la condensa che si forma al rientro a temperatura ambiente lascia aloni bianchi sulla superficie.
Si tagliano male con il coltello: il cioccolato si crepa e l'impasto si sbriciola. Se serve dividerli, meglio spezzarli con le mani lungo la diagonale.
In cucina il riutilizzo migliore è il tritato grossolano. Sbriciolati su un semifreddo alla ricotta o su un gelato al fiordilatte, portano insieme spezia, mandorla e cioccolato; nella crema di un tiramisù natalizio sostituiscono bene i savoiardi per un terzo del peso.
Un uso meno ovvio ma napoletano: un mostacciolo spezzettato nel latte caldo la mattina dopo Natale, che è il modo tradizionale di finire quelli rimasti.
Abbinamenti
Il vino di casa è il Passito di Ischia o il Fiano passito irpino, dolci campani con abbastanza acidità da reggere il cioccolato senza appesantire. In alternativa, restando in regione, il Falanghina passito e il Moscato di Baselice.
Fuori dalla Campania, i due abbinamenti più sicuri sono il Marsala Superiore dolce e il Passito di Pantelleria; con la versione al cioccolato molto amaro regge bene anche un Recioto della Valpolicella.
I liquori funzionano meglio del vino per molti napoletani: il rum invecchiato è l'accostamento classico, e un nocino o un liquore alle noci raccoglie bene la speziatura.
Con il caffè l'abbinamento è quotidiano e chiede un espresso corto. Da evitare gli spumanti secchi, che con il cioccolato diventano metallici, e i vini bianchi giovani.
Quanto costa
In pasticceria a Napoli i mostaccioli costano tra 18 e 30 euro al chilo, e si vendono quasi sempre a peso insieme agli altri dolci del quartetto natalizio. Un pezzo singolo sta tra 2 e 3,50 euro.
Le versioni artigianali con cioccolato di copertura di qualità e alta percentuale di mandorle arrivano a 32-38 euro al chilo. La differenza di prezzo si legge quasi sempre nella copertura: burro di cacao contro grassi vegetali, e mandorle vere contro aroma di mandorla.
Al supermercato le confezioni industriali stanno tra 8 e 14 euro al chilo e sono un altro prodotto: impasto più asciutto, canditi assenti o ridotti, copertura di surrogato.
All'estero si trovano nei negozi italiani a dicembre, tra 14 e 24 dollari alla libbra negli Stati Uniti e tra 25 e 40 sterline al chilo nel Regno Unito. Il pisto in bustina, che è l'ingrediente difficile da replicare, si compra online dalle drogherie napoletane per pochi euro.
Come conservarlo
Si conservano a temperatura ambiente, in una scatola di latta o in un contenitore chiuso, per tre o quattro settimane. È una durata lunga per un dolce da forno e dipende dal bicarbonato d'ammonio, che lascia una struttura porosa che trattiene umidità.
Il frigorifero va evitato: indurisce l'impasto e fa affiorare il burro di cacao in chiazze bianche sulla superficie del cioccolato, un difetto estetico che non si corregge.
Sopra i venticinque gradi la copertura si ammorbidisce e i rombi si incollano tra loro. D'estate, se se ne trovano, cosa rara, vanno separati con fogli di carta da forno.
L'umidità agisce al contrario che su altri dolci natalizi: non li ammorbidisce, li fa appiccicare e opacizza il cioccolato. Un contenitore ermetico risolve.
Si congelano bene, meglio prima della copertura: l'impasto cotto e nudo regge tre mesi in freezer e si ricopre dopo lo scongelamento.
Dove assaggiarlo
Nel centro storico di Napoli, in dicembre, praticamente ovunque. Le pasticcerie storiche intorno a piazza San Domenico Maggiore e a Spaccanapoli espongono i vassoi del quartetto natalizio dall'Immacolata in poi, e la Scaturchio è la vetrina più conosciuta per chi vuole un riferimento.
La strada da fare a piedi è via San Gregorio Armeno, quella dei presepi, che in dicembre è impraticabile per la folla ma è anche il posto dove il Natale napoletano si vede tutto insieme: le botteghe dei pastori, le drogherie che vendono il pisto sfuso, i banchi con i dolci.
Fuori Napoli, la tradizione dei mostaccioli è forte a Torre del Greco, a Nola e in tutto l'agro nolano, dove le pasticcerie di paese fanno versioni più rustiche e meno dolci.
Per capire quanto la parola cambi da regione a regione vale una deviazione a Soriano Calabro, in provincia di Vibo Valentia, dove i mostaccioli sono figure di miele e farina durissime, modellate a mano e vendute alla fiera di San Domenico: stesso nome, stessa origine romana, dolce completamente diverso.
Ricette con questo prodotto
Domande frequenti
Perché si chiamano mostaccioli?
Dal mustaceum romano, il dolce descritto da Catone che si faceva con farina impastata nel mosto d'uva, anice e cumino e si cuoceva su foglie di alloro. Il mosto era il dolcificante, e il nome è rimasto anche quando lo zucchero lo ha sostituito.
Che differenza c'è tra mostaccioli e roccocò?
Sono due dei quattro dolci natalizi napoletani e condividono il pisto, la miscela di spezie. Il mostacciolo è un rombo morbido ricoperto di cioccolato; il roccocò è una ciambella piatta durissima, piena di mandorle intere, senza copertura, che si inzuppa nel vino o nel caffè.
Che cos'è il pisto?
La miscela di spezie della pasticceria natalizia napoletana: cannella, chiodi di garofano, noce moscata, anice stellato e coriandolo, in proporzioni che ogni drogheria e ogni pasticceria tiene per sé. Si compra sfusa nelle drogherie del centro storico da fine novembre.
Si possono fare senza ammoniaca per dolci?
Si può usare lievito chimico, ma il risultato cambia. L'ammoniaca evapora completamente in cottura e lascia una struttura porosa e asciutta che resta morbida per settimane; il lievito chimico dà un impasto più compatto che indurisce in pochi giorni.
Quanto durano i mostaccioli?
Tre o quattro settimane a temperatura ambiente in una scatola chiusa. In frigorifero si induriscono e il cioccolato si macchia di bianco. Congelati prima della copertura reggono tre mesi.