Che cos'è
Il Carciofo Romanesco del Lazio è un'indicazione geografica protetta riconosciuta nel 2002. Comprende due ecotipi locali, il Castellammare e il Campagnano, con le selezioni clonali che ne derivano, coltivati nelle province di Roma, Viterbo e Latina.
Il capolino è sferico e chiuso, grande (da 300 a 450 grammi per l'apicale) di colore verde con sfumature violette alla base delle brattee. Le brattee sono larghe, carnose e serrate, e la barba interna nei capolini raccolti al momento giusto è ancora poco sviluppata.
La caratteristica che conta è l'assenza totale di spine. Non c'è alcun uncino né sulle brattee né sulle foglie, e questo cambia radicalmente il lavoro in cucina: si pulisce a mani nude in un minuto e la resa in parte edibile è molto più alta di quella di un carciofo spinoso.
Il vocabolario romano distingue due cose che spesso vengono confuse. La cimarola è il capolino apicale, quello che sta in cima allo stelo principale: è il più grande, il più tenero, il primo a maturare, ed è l'unico adatto ai carciofi alla giudia. Mammola è il nome romanesco del carciofo tondo in generale, usato al mercato come sinonimo di cimarolo. I capolini laterali che vengono dopo, più piccoli e chiamati in gergo figli o nipoti, vanno bene per il sott'olio, per i fritti e per i sughi, ma non per la giudia.
È il carciofo con il maggior peso culturale in Italia, perché due dei piatti romani più conosciuti nel mondo esistono solo grazie alla sua forma: senza un capolino tondo, chiuso e senza spine, i carciofi alla giudia non si possono fare.
Dove nasce
La zona della IGP è la fascia costiera e sublitoranea del Lazio, dove il clima mite del mare tiene lontane le gelate e permette al carciofo di produrre in pieno inverno.
I due poli storici sono il litorale a nord di Roma (Ladispoli, Cerveteri, Santa Marinella, Civitavecchia, Tarquinia, Montalto di Castro) e la pianura pontina a sud, con Sezze, Priverno e i comuni della bonifica. Nel mezzo ci sono Maccarese, Fiumicino e la campagna romana verso Campagnano, che dà il nome a uno dei due ecotipi.
I suoli sono vulcanici o alluvionali, profondi e ben drenati, con buona dotazione di potassio. È la combinazione fra questi terreni e l'inverno mite del litorale a fare la differenza rispetto all'entroterra, dove le stesse varietà producono più tardi e con capolini più piccoli.
La coltivazione del carciofo nel Lazio è antichissima, ma la sua fortuna moderna nasce a Roma. Nel Ghetto la cucina giudaico-romanesca ha costruito attorno alla mammola il piatto che porta il suo nome, e nelle trattorie della città il carciofo alla romana, imbottito di mentuccia e aglio e cotto a testa in giù in olio e acqua, è diventato il contorno di primavera per definizione. A Ladispoli la sagra del carciofo si tiene ad aprile dal dopoguerra ed è fra le più antiche d'Italia dedicate a un ortaggio.
Come si produce
La carciofaia è poliennale: si impianta con i carducci, i germogli laterali staccati dalle piante madri, oppure con gli ovoli, e resta produttiva tre o quattro anni prima del rinnovo.
In estate la pianta va naturalmente in riposo. Nelle aziende del litorale si interrompe quel riposo irrigando fra luglio e agosto, il cosiddetto risveglio anticipato, così che la vegetazione riparta in autunno e i primi capolini arrivino già a fine inverno.
La raccolta va da febbraio a maggio, con il grosso fra marzo e aprile. Nelle zone costiere più precoci qualche cimarola arriva già a fine gennaio; a maggio inoltrato restano quasi solo i laterali. Fuori da questa finestra il carciofo romanesco fresco non esiste: quello che si vende in autunno viene da altre varietà o da altri Paesi.
Si raccoglie a mano, con più passaggi nello stesso campo ogni pochi giorni: prima la cimarola, che va staccata quando è ancora ben chiusa, poi via via i laterali. Il disciplinare impone di lasciare una porzione di gambo e di conferire in tempi rapidi, perché il carciofo perde turgore in fretta.
Il confezionamento è in mazzi o in cassette con il calibro dichiarato. Una parte della produzione va all'industria conserviera, che lavora soprattutto i laterali in olio.
Come riconoscerlo
Prima la forma: sferica e serrata, con le brattee sovrapposte e chiuse. Un capolino che si apre a fiore è stato raccolto tardi e sarà fibroso.
Seconda, l'assenza di spine: nessun uncino sull'apice delle brattee. Se punge, è uno spinoso sardo o un violetto, non un romanesco.
Terza, la taglia. La cimarola pesa 300-450 grammi e riempie una mano. I capolini piccoli venduti come cimaroli sono laterali, e per i carciofi alla giudia non funzionano.
Quarta, il gambo, che deve esserci per almeno dieci centimetri, sodo e non spugnoso: piegandolo si spezza netto, e le foglie attaccate devono essere turgide. Quinta, il peso rispetto al volume: un buon carciofo è pesante e compatto, e stringendolo scricchiola.
Sull'etichetta o sul cartellino di cassetta deve comparire Carciofo Romanesco del Lazio IGP con il logo europeo. Le diciture carciofo romano, mammola o cimarolo da sole non sono la denominazione: indicano la tipologia, non l'origine certificata.
Un dettaglio pratico: una leggera brunitura sul taglio del gambo è ossidazione, non deterioramento. Macchie scure diffuse sulle brattee e punte secche e ingiallite, invece, sono giorni di banco.
Come si usa in cucina
La pulizia è veloce perché non ci sono spine: si tolgono due o tre giri di brattee esterne, si accorcia la punta di due dita, si pela il gambo con un pelapatate e si mette tutto in acqua acidulata con limone. Non lasciarli in ammollo per ore, però, perché perdono sapore.
Carciofi alla romana: si allargano le brattee, si riempie il centro con mentuccia romana tritata, aglio e sale, si mettono a testa in giù in una casseruola stretta con olio e acqua a metà altezza, si copre e si cuoce a fuoco basso quaranta minuti. La mentuccia, Calamintha nepeta e non la menta comune, non è sostituibile senza cambiare il piatto.
Carciofi alla giudia: solo cimarole. Si mondano a spirale fino al cuore lasciando la forma a fiore, si friggono una prima volta in olio abbondante a temperatura media per cuocere l'interno, si scolano, si schiacciano capovolti per aprire le brattee, e si friggono una seconda volta a temperatura alta per pochi secondi. Escono croccanti come una foglia secca all'esterno e morbidi al cuore.
La vignarola è il piatto che li mette insieme al resto della primavera romana: carciofi, fave fresche, piselli, lattuga romana e guanciale, stufati lentamente.
Altri usi: fritti in pastella, in tortino con le uova, nel sugo con la coratella d'abbacchio, sulla pizza bianca. Alla matticella, specialità di Velletri e dei Castelli, si cuociono interi sulla fiamma dei tralci di vite. Il gambo pelato non si butta: è tenero quanto il cuore.
Abbinamenti
Il carciofo è difficile con il vino per via della cinarina, che blocca temporaneamente la percezione del dolce e fa sembrare qualsiasi cosa si beva più aspra e più magra. Reggono i bianchi secchi, sapidi e senza legno: Frascati Superiore, Bellone, Malvasia puntinata dei Castelli, un Grechetto. Da evitare rossi tannici e bianchi barricati.
Con i carciofi alla giudia, fritti e salati, funziona anche una bollicina secca e non dosata; con la vignarola, dove il guanciale porta grasso, si può passare a un Cesanese giovane.
In cucina gli abbinamenti nativi sono il pecorino romano, la mentuccia, l'aglio e il limone, poi le uova in tortino e in frittata e il guanciale. Meno ovvi ma solidi: le alici salate dentro l'imbottitura, il baccalà, la seppia e la coratella d'abbacchio, che è l'accostamento romano più antico di tutti.
Quanto costa
Nel Lazio, in stagione, la cimarola si compra a pezzo: fra 1,20 e 2,50 euro l'una al mercato, meno prendendo il mazzo da quattro o cinque. I laterali costano la metà. Al chilo si sta fra i 4 e gli 8 euro.
I prezzi partono alti a febbraio, quando ci sono solo i primi cimaroli del litorale, scendono a marzo e aprile nel pieno della raccolta e risalgono a fine maggio, quando restano solo i laterali. Nei mercati del centro-nord si aggiunge circa il cinquanta per cento, e il carciofo viaggia in mazzi con il gambo lungo, che è un bene, perché il gambo lo mantiene fresco.
All'estero il fresco arriva poco e male: quello che si trova sono i cuori sott'olio, fra 8 e 14 dollari o 7 e 12 sterline per un vasetto da 280-300 grammi, cioè 12-20 dollari alla libbra o 25-40 sterline al chilo di sgocciolato.
Un riferimento per capire cosa si paga davvero: da un carciofo spinoso, dopo la pulizia, resta il 30-35 per cento del peso; da un romanesco, che non ha spine, ha poca barba e un gambo utilizzabile, resta il 45-55 per cento.
Come conservarlo
Il carciofo è un fiore non ancora aperto e da raccolto continua a traspirare: perde acqua e diventa fibroso in fretta. Comprato con il gambo lungo dura molto di più, perché il gambo funziona da riserva d'acqua.
Il sistema migliore è tenerlo come un mazzo di fiori: gambo immerso in una brocca con due dita d'acqua fredda, in frigorifero o al fresco. Così arriva a una settimana senza afflosciarsi. In alternativa, nel cassetto delle verdure avvolto in un canovaccio umido: quattro o cinque giorni.
Una volta pulito ossida in pochi minuti e va tenuto in acqua fredda con limone fino alla cottura, ma non per ore. Si congela solo dopo cottura o dopo una sbollentatura di tre o quattro minuti in acqua acidulata; da crudo diventa spugnoso. A spicchi, in monoporzioni, dura sei mesi.
Il sott'olio è la conservazione tradizionale dei laterali: cuori scottati in acqua e aceto, asciugati bene, invasati e coperti completamente d'olio. Chiusi e al buio durano un anno; aperti, in frigorifero, un mese, sempre con l'olio che copre tutto.
Dove assaggiarlo
A Roma, e in particolare nel Ghetto, dove la cucina giudaico-romanesca ha inventato i carciofi alla giudia e le trattorie di via del Portico d'Ottavia li friggono da generazioni. Il carciofo alla romana, invece, è in tutte le trattorie della città, da Testaccio a Trastevere, da marzo a maggio.
A Ladispoli, sul litorale a nord, la sagra del carciofo di aprile è la più antica e la più grande: cimarole fritte, arrostite e imbottite in mezzo ai campi che le producono.
A Sezze e a Priverno, nella pianura pontina, ci sono sagre di primavera con le preparazioni locali; a Velletri e nei Castelli si cerca il carciofo alla matticella, cotto sulla fiamma dei tralci di vite, che è la versione più rara di tutte.
Il periodo è tutto: fra marzo e aprile si mangia la cimarola, ed è l'unica cosa che vale il viaggio. A giugno il romanesco è finito, e quello che resta nei menù viene da altrove.
Ricette con questo prodotto
Domande frequenti
Che differenza c'è fra cimarolo e mammola?
Cimarolo, al femminile cimarola, è il capolino apicale, quello in cima allo stelo principale: il più grande, il più tenero e il primo a maturare. Mammola è il nome romanesco del carciofo tondo senza spine in generale, e al mercato si usa come sinonimo di cimarolo. I capolini laterali che vengono dopo sono più piccoli e non si prestano ai carciofi alla giudia.
Quando è la stagione del carciofo romanesco?
Da febbraio a maggio, con il picco fra marzo e aprile. Sul litorale più precoce qualche cimarola arriva già a fine gennaio; a fine maggio restano quasi solo i capolini laterali. Da giugno a gennaio il carciofo romanesco fresco non esiste.
Perché non ha spine?
Perché appartiene al gruppo dei romaneschi, selezionati da secoli proprio per l'assenza di spine e per il capolino tondo e chiuso. Non è una questione di raccolta anticipata o di rifilatura: è la varietà. Il vantaggio pratico è una pulizia rapida e una resa in parte edibile del 45-55 per cento contro il 30-35 di un carciofo spinoso.
Perché il carciofo rovina il sapore del vino?
Per la cinarina, che blocca temporaneamente i recettori del dolce sulla lingua: qualsiasi cosa si beva subito dopo sembra più aspra e più magra. Reggono i bianchi secchi e senza legno: Frascati Superiore, Bellone, Malvasia puntinata.
Serve la mentuccia per i carciofi alla romana?
Sì, e non è un dettaglio. La mentuccia romana è la Calamintha nepeta, molto meno dolce e più aromatica della menta comune. Con la menta piperita il piatto diventa un'altra cosa. In mancanza, meglio prezzemolo e aglio che una menta sbagliata.
Le fonti
Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.
Il regolamento del 21 novembre 2002 che iscrive «Carciofo Romanesco del Lazio» fra le IGP ortofrutticole.
La piattaforma varietale ammessa (Castellammare e Campagnano con i rispettivi cloni) e le caratteristiche richieste al capolino, foro all'apice compreso.
