Che cos'è
Il Carciofo di Paestum è un'indicazione geografica protetta riconosciuta nel 2004 che copre i carciofi coltivati nella Piana del Sele, in provincia di Salerno, appartenenti alla varietà Tondo di Paestum, un ecotipo locale della famiglia dei romaneschi selezionato in loco per generazioni.
Il capolino è sferico, compatto, con le brattee serrate una sull'altra e una caratteristica fossetta all'apice, il segno che più di ogni altro lo distingue a colpo d'occhio. Il colore è verde con sfumature violette alla base delle brattee. Il peso va dai 150 ai 300 grammi per il capolino principale.
La qualità che conta di più è quella che non si vede in fotografia: non ha spine. Nessuna, né sulle brattee né sulle foglie. Pulire un carciofo di Paestum significa togliere le brattee esterne e accorciare il gambo, e si è finito; non servono guanti, non serve pazienza, e la resa in parte edibile è molto più alta di quella di un carciofo spinoso.
L'altra caratteristica è la precocità. Nella Piana del Sele il carciofo entra in produzione fra la fine di febbraio e i primi di marzo, quando in gran parte d'Italia non c'è ancora niente, e va avanti fino ad aprile inoltrato. Nei capolini raccolti presto la barba interna è appena accennata e le brattee sono tenere fin quasi all'esterno: si possono mangiare crudi.
Dove nasce
La Piana del Sele è la fascia pianeggiante fra Salerno e il Cilento, chiusa fra i monti Alburni e il mare, attraversata dal fiume Sele. È la stessa pianura della mozzarella di bufala, e la stessa in cui stanno i tre templi greci di Paestum: la sovrapposizione fra archeologia e agricoltura intensiva è, letteralmente, a poche centinaia di metri.
I comuni della IGP sono Capaccio Paestum, Eboli, Battipaglia, Albanella, Altavilla Silentina, Agropoli, Serre, Giungano, Roccadaspide, Trentinara e alcuni limitrofi. I suoli sono alluvionali, profondi, ricchi di sostanza organica e ben drenati; l'acqua di falda è abbondante.
Quello che rende speciale la zona è il clima. La vicinanza del mare e la protezione dei rilievi tengono le gelate invernali rare e brevi: il carciofo non subisce arresti vegetativi e arriva a produrre in anticipo di settimane rispetto al resto della penisola. È un vantaggio commerciale prima ancora che gastronomico, e ha costruito un'economia agricola intera.
La coltivazione del carciofo qui è documentata dall'Ottocento, ma è nel secondo dopoguerra, con la bonifica e l'irrigazione della piana, che assume la scala attuale: oggi la Piana del Sele è la prima area carcioficola della Campania e una delle principali d'Italia.
Come si produce
La carciofaia è una coltura poliennale. Si impianta con i carducci, i getti laterali staccati dalle piante madri, o con gli ovoli, e resta in produzione per tre o quattro anni prima di essere rinnovata.
Il passaggio tecnico che spiega la precocità è il risveglio anticipato. In estate la pianta va naturalmente in riposo; nella Piana del Sele si interrompe quel riposo irrigando fra luglio e agosto, forzando la ripresa vegetativa. Da lì la pianta cresce in autunno e comincia a produrre capolini a fine inverno.
La raccolta va da fine febbraio ad aprile inoltrato ed è tutta manuale, con passaggi ripetuti nello stesso campo ogni pochi giorni. Si taglia prima il capolino apicale, il più grande e il più pregiato, poi via via i laterali, che sono più piccoli e vanno bene per sott'oli e conserve.
Il disciplinare impone la raccolta con una porzione di gambo e la commercializzazione entro tempi brevi: il carciofo perde acqua e turgore in fretta, e dopo due giorni si vede. I capolini si confezionano in mazzi o in cassette, con il calibro dichiarato.
Una parte consistente della produzione va all'industria conserviera locale, che li lavora in olio, e negli ultimi anni una quota crescente viene venduta già mondata e pronta all'uso.
Come riconoscerlo
La forma è il primo indizio: sferica e chiusa, non conica né allungata, con la fossetta all'apice. Un capolino aperto, con le brattee che si divaricano, è vecchio o raccolto tardi.
Secondo indizio, l'assenza totale di spine. Se sull'apice delle brattee c'è un uncino pungente, non è un Paestum: sarà uno spinoso sardo o un violetto.
Terzo, il gambo, che deve essere presente per qualche centimetro, sodo e non spugnoso. Piegandolo si spezza netto; se si affloscia, il carciofo ha perso acqua.
Quarto, il peso in mano rispetto al volume: un buon carciofo è pesante e serrato, e stringendolo scricchiola.
Sull'etichetta o sul cartellino di cassetta deve comparire Carciofo di Paestum IGP con il logo europeo e l'indicazione del Consorzio. Le diciture carciofo campano o carciofo tondo non sono l'IGP.
Da evitare: brattee con macchie scure diffuse, punte secche e ingiallite, foglie del gambo appassite. Una leggera brunitura al taglio del gambo è invece normale ed è ossidazione, non deterioramento.
Come si usa in cucina
La pulizia è banale proprio perché non ci sono spine: si tolgono due o tre giri di brattee esterne, si accorcia la punta, si pela il gambo con un pelapatate e si tuffa il tutto in acqua acidulata con limone per evitare che annerisca.
Crudo è l'uso che nella Piana del Sele si fa con i capolini di inizio stagione: affettato sottilissimo con la mandolina, condito con olio, limone, sale e scaglie di pecorino o di parmigiano. Funziona solo con carciofi giovanissimi, dove la barba è appena accennata.
Arrostito sulla brace è il modo tradizionale, e va fatto senza pulire: il capolino intero si appoggia direttamente sulle braci, si lascia bruciare l'esterno, e alla fine si aprono le brattee e si mangia il cuore condito con olio, sale, aglio e prezzemolo.
Imbottiti alla campana: si allargano le brattee, si riempie con pangrattato, aglio, prezzemolo, pecorino e a volte alici, si mettono in piedi in una casseruola con un dito d'acqua e olio e si cuociono coperti a fuoco basso per quaranta minuti.
Fritti in pastella, in tortino con le uova, in umido con le patate, o conservati sott'olio dopo una breve scottatura in acqua e aceto. Il gambo non si butta mai: pelato, è tenero quanto il cuore.
Abbinamenti
Il carciofo è notoriamente difficile con il vino, per via della cinarina che altera la percezione del dolce e fa sembrare tutto più aspro. Le scelte che reggono sono bianchi secchi, sapidi e non aromatici: Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Falanghina, oppure una Vernaccia di San Gimignano. Da evitare i rossi tannici e i bianchi legnosi.
In cucina l'abbinamento nativo è con il pecorino e con il parmigiano, che con l'amaro del carciofo fanno una coppia perfetta, e con le uova: nel tortino, nella frittata, nella carbonara di carciofi.
Con le alici salate e la colatura di alici il carciofo campano dà il meglio, soprattutto negli imbottiti. Con la mozzarella di bufala, prodotta nella stessa piana, si costruisce un piatto che è pura geografia.
Con le carni funziona meglio l'agnello e il pollo che il manzo; con il pesce, il baccalà e la seppia. E con le patate, in umido, forma uno dei contorni più solidi della cucina meridionale.
Quanto costa
Nella Piana del Sele, in stagione, il carciofo di Paestum si compra fra 1 e 2,50 euro al pezzo per i capolini apicali e a mazzo per i laterali; al chilo si sta fra 3 e 6 euro. All'inizio della campagna, a fine febbraio, i prezzi sono più alti perché il prodotto è quasi solo, e scendono in aprile con l'arrivo dei carciofi del resto d'Italia.
Nei mercati del centro-nord i prezzi salgono del cinquanta per cento circa, e il carciofo viaggia in mazzi con il gambo lungo.
All'estero il fresco è raro: negli Stati Uniti e nel Regno Unito si trovano quasi solo i cuori sott'olio, fra 8 e 14 dollari o 7 e 12 sterline per un vasetto da 280-300 grammi, cioè circa 12-20 dollari alla libbra e 25-40 sterline al chilo di prodotto sgocciolato.
Un riferimento utile per capire cosa si paga: da un carciofo spinoso, dopo la pulizia, resta il 30-35% del peso; da un Paestum, che non ha spine, poca barba e un gambo utilizzabile, resta il 45-55%. A parità di prezzo al chilo il costo reale della porzione edibile è sensibilmente più basso.
Come conservarlo
Il carciofo è un fiore, e da raccolto continua a traspirare: perde acqua e diventa fibroso in fretta. Comprato con il gambo lungo dura molto di più, perché il gambo funziona da riserva.
In frigorifero, nel cassetto delle verdure, avvolto in un canovaccio umido o in un sacchetto forato, si conserva quattro o cinque giorni. Il trucco domestico che funziona meglio è tenerlo in un bicchiere d'acqua come un mazzo di fiori, con il gambo immerso: così arriva a una settimana senza appassire.
Una volta pulito ossida in pochi minuti. Va tenuto in acqua fredda acidulata con succo di limone o aceto fino al momento della cottura; se resta in ammollo troppo a lungo, però, perde sapore.
Si congela solo dopo cottura o dopo una sbollentatura di tre-quattro minuti in acqua acidulata: da crudo diventa spugnoso. Tagliato a spicchi e congelato in monoporzioni dura sei mesi.
Sott'olio è la conservazione tradizionale: cuori scottati in acqua e aceto, asciugati bene, invasati e coperti completamente d'olio. Chiusi e al buio durano un anno; una volta aperti, in frigorifero, un mese, sempre con l'olio che copre tutto.
Dove assaggiarlo
A Capaccio Paestum e in tutta la Piana del Sele fra marzo e aprile, quando la sagra del carciofo e le feste dei paesi mettono in tavola arrostiti, imbottiti e fritti. È la stagione giusta anche per il paesaggio: campi di carciofi fino all'orizzonte, con i templi greci sullo sfondo.
Le trattorie fra Capaccio, Agropoli e Battipaglia lo servono nei modi tradizionali; molte aziende agricole della piana vendono direttamente e alcune fanno ristorazione, spesso insieme alla mozzarella di bufala prodotta a poche centinaia di metri.
A Salerno, sul lungomare e nel centro storico, compare nei menù di primavera. E l'abbinamento più ovvio della giornata è quello che unisce l'area archeologica di Paestum, un caseificio di bufala e un piatto di carciofi arrostiti: sono tre tappe nel raggio di dieci chilometri.
Ricette con questo prodotto
Domande frequenti
Perché il carciofo di Paestum non ha spine?
Perché appartiene alla varietà Tondo di Paestum, un ecotipo del gruppo dei romaneschi selezionato localmente proprio per l'assenza di spine e per la forma sferica chiusa. Non è una lavorazione né una scelta di raccolta: è la varietà. Il vantaggio pratico è una pulizia rapidissima e una resa in parte edibile molto più alta.
Quando è la stagione?
Da fine febbraio ad aprile inoltrato. È il carciofo più precoce d'Italia grazie al clima mite della Piana del Sele e alla tecnica del risveglio anticipato, che consiste nell'irrigare la carciofaia in piena estate per interrompere il riposo vegetativo della pianta.
Si può mangiare crudo?
Sì, se il capolino è giovane e ben chiuso: si affetta sottilissimo con la mandolina e si condisce con olio, limone e scaglie di formaggio. Nei carciofi di inizio stagione la barba interna è appena accennata. Sui capolini tardivi e aperti, invece, meglio la cottura.
Perché annerisce appena lo taglio?
È ossidazione dei polifenoli a contatto con l'aria, la stessa reazione della mela. Non è un difetto e non cambia il sapore. Si evita immergendo i pezzi in acqua fredda con succo di limone o aceto, senza però lasciarli in ammollo per ore, altrimenti perdono gusto.
Che differenza c'è con il carciofo romanesco?
Il Paestum discende dai romaneschi ma è più piccolo, più precoce e più chiuso, con la caratteristica fossetta all'apice. Il romanesco, la mammola del Lazio, è più grande, più tondeggiante e arriva sul mercato più tardi, da marzo a maggio. Entrambi sono senza spine.
Le fonti
Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.
Il regolamento del 12 marzo 2004 che iscrive «Carciofo di Paestum» come indicazione geografica protetta, con la domanda presentata dall'Italia.
Il disciplinare in PDF: ecotipo Tondo di Paestum, comuni della Piana del Sele ammessi, calibri e periodo di raccolta del capolino.
L'area di produzione e i produttori aderenti secondo il consorzio: utile per capire quanta parte del carciofo salernitano è davvero certificata.
