Che cos'è
La pizza di scarola è una torta salata coperta, di venticinque o trenta centimetri di diametro, fatta con due dischi di pasta di pane che racchiudono un ripieno di scarola stufata. Non è una pizza nel senso corrente del termine: a Napoli pizza indica genericamente una preparazione schiacciata e cotta al forno, e questa è una delle accezioni più antiche della parola.
Il ripieno è la parte che conta. Scarola riccia o liscia appassita in padella con olio e aglio, olive nere di Gaeta, capperi dissalati, pinoli, uva passa e acciughe sotto sale sciolte nell'olio. È una combinazione dolce-salata di matrice mediterranea antica, con uvetta e pinoli che tornano in mezza cucina del Sud e che risalgono agli scambi con il mondo arabo.
Si mangia soprattutto la sera del 24 dicembre. Nel menù della vigilia napoletana, che è di magro e non prevede carne, la pizza di scarola sta accanto al capitone fritto, al baccalà e all'insalata di rinforzo. Ma nelle rosticcerie e nei panifici della città si trova anche fuori stagione, tutto l'inverno.
Dove nasce
La scarola è un ortaggio invernale della piana campana, coltivato da secoli attorno a Napoli e ad Acerra: cresce da ottobre a marzo, costa poco e rende molto. Con le verdure di stagione e la pasta di pane avanzata, la cucina popolare napoletana ha costruito una serie di torte salate di cui questa è la sopravvissuta più famosa.
Il legame con la vigilia di Natale nasce dall'obbligo religioso dell'astinenza dalla carne. La cena del 24 dicembre a Napoli è tradizionalmente di magro e ruota attorno al pesce e alle verdure: la pizza di scarola risolve il problema di un piatto sostanzioso e senza carne, e le acciughe che la insaporiscono rispettano la regola.
L'uvetta e i pinoli nel ripieno raccontano un'altra storia, più lunga. L'accostamento dolce-salato è un tratto della cucina mediterranea medievale che a Napoli è rimasto vivo dove altrove si è perso, e lo si ritrova nella pastiera, nel casatiello e in diverse preparazioni di pesce.
Oggi la pizza di scarola è diffusa in tutta la Campania e nel basso Lazio, con varianti nel taglio della verdura e nella presenza o meno del peperoncino. Nel Cilento se ne fa una versione con le alici fresche al posto di quelle salate.
Come si produce
Si parte dalla pasta di pane: farina tipo 0, acqua, lievito, sale e a volte un cucchiaio di strutto o di olio, impastata e lasciata lievitare due o tre ore fino al raddoppio. Molte famiglie napoletane la comprano direttamente dal panificio, che la vende cruda a peso, ed è la soluzione più pratica.
Intanto si prepara il ripieno. La scarola si lava foglia per foglia, si sbollenta un minuto o si mette direttamente in padella bagnata, e si fa appassire con olio, aglio in camicia e un peperoncino. Perde moltissima acqua: da un chilo di scarola cruda restano tre etti scarsi.
Quando è appassita si aggiungono le acciughe sotto sale, che si sciolgono nell'olio caldo, poi le olive di Gaeta denocciolate, i capperi dissalati, i pinoli e l'uvetta ammollata e strizzata. Si lascia insaporire dieci minuti e si fa raffreddare completamente: un ripieno caldo bagna la pasta e la pizza non cuoce bene sotto.
Si stende metà della pasta, si fodera una teglia unta, si versa il ripieno, si copre con il secondo disco e si sigillano i bordi arrotolandoli verso l'interno. Qualche buco con la forchetta sulla superficie, un filo d'olio, e in forno a 180-200 gradi per quaranta minuti, finché non è dorata.
Esiste anche la versione fritta in porzioni singole, le pizzelle di scarola, che si trovano nelle friggitorie napoletane.
Come riconoscerlo
La superficie deve essere dorata e irregolare, con qualche bolla e i bordi più scuri. Una crosta pallida indica cottura insufficiente e una base cruda, che è il difetto più comune di questa torta.
Il bordo va sigillato con un cordone arrotolato, non semplicemente premuto con la forchetta: la scarola in cottura rilascia ancora umidità e un bordo mal chiuso lascia uscire tutto.
Al taglio il ripieno deve essere compatto e scuro, non acquoso, e deve restare in piedi nella fetta. Se cola sul piatto la verdura non è stata strizzata abbastanza.
Gli ingredienti devono vedersi tutti: olive intere o spezzate a metà, capperi riconoscibili, pinoli visibili, chicchi di uvetta scuri. Le versioni industriali riducono pinoli e uvetta a tracce, e sono proprio quelli a fare la differenza di sapore.
Lo spessore della pasta è un indicatore di mano. Una pizza di scarola fatta bene ha una pasta sottile, tre o quattro millimetri, che serve da contenitore. Una pasta alta e soffice sposta l'equilibrio verso il pane e nasconde il ripieno.
Al gusto, il primo colpo è salato (acciughe, capperi, olive) e subito dopo arriva la dolcezza dell'uvetta. Se manca uno dei due registri, manca metà del piatto.
Come si usa in cucina
Si serve tiepida o a temperatura ambiente, mai bollente: il ripieno appena sfornato copre il palato e i sapori si distinguono meglio dopo mezz'ora di riposo. La sera della vigilia arriva in tavola come antipasto o come piatto di mezzo, fra il baccalà e il capitone.
Si taglia a spicchi come una crostata. Una teglia da 28 centimetri fa otto porzioni da antipasto o quattro da piatto unico.
Fuori dal Natale funziona benissimo come pranzo da portare, perché regge il trasporto e migliora di qualche ora: è uno dei pochi piatti napoletani che il giorno dopo è più buono. In estate la stessa idea si fa con le zucchine o con le friarielli, che a Napoli hanno una stagione lunga e un carattere più amaro.
Le pizzelle fritte, la versione da friggitoria, si mangiano invece calde e appena uscite dall'olio.
Due errori da evitare. Il primo è non strizzare la scarola: il liquido residuo cuoce la pasta a vapore dall'interno e il fondo resta crudo. Il secondo è eliminare l'uvetta perché sembra strana: senza il contrasto dolce il ripieno diventa monocorde e salatissimo.
Abbinamenti
Sul vino, la scelta locale è un bianco campano con buona acidità e struttura: Falanghina dei Campi Flegrei, Fiano di Avellino, Greco di Tufo. Servono a reggere la sapidità delle acciughe e la dolcezza dell'uvetta insieme, cosa che un bianco troppo leggero non fa.
Un rosso ci sta solo se è leggero e servito fresco, un Piedirosso dei Campi Flegrei, mentre l'Aglianico è troppo tannico e va in conflitto con l'amaro della scarola.
A tavola, nella cena della vigilia, la pizza di scarola convive con il baccalà fritto, il capitone, le alici marinate e l'insalata di rinforzo, quel misto di cavolfiore lesso, sottaceti, olive e acciughe che a Napoli si rimpolpa ogni giorno fino all'Epifania. Sono tutti piatti sapidi e la pizza di scarola è quello che porta la nota dolce.
Con i formaggi non funziona: la scarola stufata e i latticini non si sopportano, e le versioni con provola aggiunta snaturano il piatto anche se si trovano in molte rosticcerie.
Quanto costa
In un panificio o in una rosticceria napoletana una pizza di scarola intera da 28 centimetri costa fra 8 e 14 euro; a fette si paga 2,50-4 euro a porzione. Al chilo si sta fra 10 e 14 euro.
Sotto Natale i prezzi salgono di un paio d'euro e conviene prenotare: i panifici del centro chiudono gli ordini per la vigilia con giorni di anticipo, e il 24 dicembre le teglie escono a ondate per tutta la mattina.
Farla in casa costa molto meno. Un chilo di scarola sta fra 1,50 e 3 euro a seconda della stagione, la pasta di pane cruda si compra dal fornaio a 2-3 euro al chilo, e le voci care sono i pinoli, che in Italia superano tranquillamente i 40 euro al chilo, e le acciughe sotto sale. Una teglia intera si porta a casa con 6-8 euro di ingredienti.
Fuori dalla Campania si trova nelle gastronomie napoletane delle grandi città a 14-18 euro al chilo. All'estero non è un prodotto commerciale: è un piatto da fare, non da comprare.
Come conservarlo
La pizza di scarola si conserva a temperatura ambiente per un giorno, coperta con un canovaccio, e in frigorifero per tre o quattro giorni in un contenitore chiuso. È uno dei rari piatti che il giorno dopo è migliore, perché i sapori del ripieno si assestano.
Si riscalda in forno a 170 gradi per dieci-quindici minuti, coperta di alluminio per i primi minuti in modo che non asciughi la superficie. Il microonde è sconsigliato: ammorbidisce la pasta e la rende gommosa.
Si congela bene sia cotta che cruda. Cotta, va congelata a fette, avvolte singolarmente, e si rigenera in forno da congelata a 180 gradi per venti minuti. Cruda, si assembla in teglia, si congela e si inforna direttamente allungando la cottura di dieci minuti: è il metodo che usano molte famiglie napoletane per arrivare pronte alla vigilia.
Il ripieno da solo si conserva in frigorifero due giorni e si può preparare in anticipo. Anzi conviene: un ripieno freddo e ben asciutto è la condizione perché la base cuocia.
Un segnale di deterioramento da conoscere: se il ripieno rilascia liquido in frigorifero, la verdura non era stata strizzata a dovere e la pizza va consumata subito.
Dove assaggiarlo
A Napoli, nei panifici e nelle rosticcerie di quartiere più che nei ristoranti: la pizza di scarola è cibo domestico e da asporto, e i posti giusti sono le botteghe dei Quartieri Spagnoli, della Sanità, di Forcella e del Vomero, dove si vende a peso dal bancone.
Il periodo è dicembre. Dall'inizio del mese le teglie compaiono ovunque, e nella settimana di Natale via San Gregorio Armeno, la strada degli artigiani del presepe percorribile a fatica per la folla, è circondata da forni che ne sfornano in continuazione. Combinare le due cose è il modo migliore di passare una mattina di dicembre in città.
Nelle friggitorie storiche del centro, dove si mangiano le zeppole e le pizze fritte, si trovano anche le pizzelle di scarola singole, fritte al momento.
Fuori Napoli si mangia in tutta la Campania e nel Cilento, dove la versione con le alici fresche vale la deviazione. Nel basso Lazio, verso Gaeta e Formia, la stessa torta si fa con le olive locali che sono l'ingrediente originale della ricetta napoletana.
Ricette con questo prodotto
Domande frequenti
Perché la pizza di scarola si mangia la vigilia di Natale?
Perché la cena del 24 dicembre a Napoli è di magro, senza carne, per rispetto dell'astinenza religiosa. La pizza di scarola dà un piatto sostanzioso rispettando la regola, e le acciughe che la insaporiscono rientrano nel consentito. Si serve accanto al capitone, al baccalà e all'insalata di rinforzo.
Che cos'è la scarola?
È un'indivia a foglia larga, Cichorium endivia var. latifolia, ortaggio invernale coltivato nella piana campana da ottobre a marzo. Ha un amaro delicato che in cottura si attenua molto. In inglese si chiama escarole ed è comune negli Stati Uniti, molto meno nel Regno Unito.
Perché nel ripieno ci sono uvetta e pinoli?
Per l'accostamento dolce-salato, tratto della cucina mediterranea medievale che a Napoli è sopravvissuto dove altrove si è perso. L'uvetta bilancia la sapidità di acciughe, capperi e olive; senza, il ripieno diventa monocorde. È lo stesso principio che regge diverse preparazioni napoletane di pesce.
Si fa con la pasta di pane o con la brisée?
La ricetta napoletana tradizionale usa la pasta di pane, che molte famiglie comprano cruda dal fornaio. La versione con la pasta brisée o con la pasta matta esiste, è più fragile e più simile a una quiche, ma non è quella storica.
Perché il fondo resta crudo?
Quasi sempre perché la scarola non è stata strizzata abbastanza o perché il ripieno è stato messo in teglia ancora caldo. Il liquido residuo cuoce la pasta a vapore dal di dentro e il fondo non asciuga. Il ripieno va raffreddato completamente e strizzato con le mani prima di essere versato.
