Tuscia viterbese: dove mangiare e dormire
Il Lazio che non somiglia a Roma: laghi vulcanici, pecore, noccioleti e una cucina di pane raffermo e legumi costruita da gente che non aveva niente. È a un'ora dal Raccordo e per questo viene attraversata invece che visitata.
La Tuscia è la provincia di Viterbo, più o meno, con qualche sconfinamento verso il grossetano e l'orvietano. Il nome è antico e indica il paese degli Etruschi, che qui hanno lasciato le necropoli di Tarquinia e Norchia e un reticolo di vie cave scavate nel tufo che sembrano corridoi a cielo aperto. La geologia è tutta vulcanica: due grandi caldere spente riempite d'acqua (il lago di Bolsena, che è il lago vulcanico più esteso d'Europa, e il lago di Vico incastrato nei Monti Cimini) e in mezzo altopiani di tufo dove i paesi stanno appollaiati su speroni con le pareti a strapiombo.
È un territorio povero di storia e ricco di monumenti, il che è una combinazione strana. Ci sono i palazzi farnesiani di Caprarola e Gradoli, il parco dei mostri di Bomarzo, il centro medievale di Viterbo con il quartiere San Pellegrino che è il più esteso d'Italia, Civita di Bagnoregio arroccata su una rupe di argilla che frana, Tuscania con le due chiese romaniche fuori le mura. Ma non c'è mai stata industria e non c'è mai stata ricchezza diffusa: la campagna viveva di pastorizia transumante, di boschi e di poderi mezzadrili, e la cucina che ne è uscita lo dice a ogni piatto.
Una cosa da mettere subito in chiaro, perché condiziona il viaggio. La Tuscia è a un'ora scarsa dal Grande Raccordo Anulare, e questo la rende una zona da gita romana della domenica più che da vacanza. Nei fine settimana i borghi si riempiono, la trattoria buona è piena e i prezzi di Civita di Bagnoregio sono quelli di un parco a tema, con biglietto d'ingresso al paese e negozi di souvenir dove c'erano le case. Nei giorni feriali, invece, ampie parti del territorio sono vuote sul serio, e ci sono paesi in cui il forno è l'unico esercizio commerciale rimasto. Il modo giusto di venirci è a metà settimana, con la macchina, senza itinerario troppo fitto.
Come si mangia qui
La cucina della Tuscia è cucina di pane raffermo, legumi, interiora ed erbe di campo, cioè quello che si mangiava quando non si comprava quasi niente. Il piatto simbolo è l'acquacotta viterbese, che nella versione originale non prevedeva nient'altro che acqua, olio, cipolla, pomodoro se c'era, cicoria o altre erbe raccolte, mentuccia, e pane raffermo sul fondo della scodella; l'uovo in camicia arrivava quando c'era la gallina. Era il pasto dei butteri e dei carbonai, quelli che stavano fuori giorni interi con una pentola e quello che trovavano. Oggi si trova quasi ovunque in versioni arricchite, e il criterio per capire se chi la fa la rispetta è la quantità di roba che ci ha messo dentro: più ingredienti compaiono, più ci si allontana dal piatto.
La pasta è la sagne fatta con acqua e farina, senza uovo, e ha nomi diversi a pochi chilometri di distanza: lombrichelli a Viterbo, bighi da altre parti, spaghi grossi e irregolari rotolati a mano che si condiscono con sugo di pomodoro, con l'aglione, o con il ragù di castrato. Poi c'è la pignattaccia, che è la cosa più caratteristica e la più difficile da trovare: carne di scarto e verdure infilate in un vaso di coccio e messe a cuocere per ore nel forno del panettiere quando si spegneva, portate lì la mattina e ritirate a mezzogiorno. Sui secondi comandano l'agnello e il castrato (arrosti, scottadito, in umido) e le frattaglie: la susianella viterbese, presidio Slow Food, è un salume di cuore, fegato, guanciale e interiora di maiale, speziato, che è esattamente il prodotto di chi non buttava niente.
Sul formaggio va fatta una precisazione che sorprende molti. Il Pecorino Romano DOP, malgrado il nome, oggi si produce in larghissima parte in Sardegna, dove si trasferirono i casari laziali a fine Ottocento; della quota che resta nel Lazio, la parte più consistente si lavora proprio qui nella Tuscia, non nell'agro romano. Quindi il pecorino romano è più viterbese che romano, e nei caseifici della zona lo si compra a un prezzo che a Roma non esiste. Accanto c'è il pecorino locale non a denominazione, più dolce, e le ricotte, salate o affumicate.
Due prodotti valgono un viaggio da soli. Il fagiolo del Purgatorio di Gradoli è un fagiolino bianco piccolissimo, con buccia sottile che non si sente, coltivato attorno al lago di Bolsena; il nome viene dal Pranzo del Purgatorio che la confraternita locale offre il mercoledì delle Ceneri da secoli, un pasto di magro a base di quei fagioli, baccalà e verdure. È presidio, la produzione è piccola e in primavera finisce. La nocciola dei Monti Cimini (cultivar Tonda Gentile Romana, oggi dentro la DOP Nocciola Romana) copre invece intere colline attorno a Caprarola, Ronciglione, Vignanello e Soriano: qui la nocciola non è folclore ma monocoltura vera, con tutti i problemi che una monocoltura porta, dal consumo d'acqua alla pressione sui laghi. Finisce nei tozzetti, nelle ciambelline e in gran parte dell'industria dolciaria nazionale.
Dal lago di Bolsena, infine, arriva la parte più fragile. Le anguille di questo lago sono citate da Dante nel Purgatorio, dove un papa ci muore di indigestione, e sono ancora il prodotto identitario: si cuociono alla brace o in umido. Insieme a loro ci sono coregone, persico reale, luccio, tinca e i piccoli lattarini, e c'è la sbroscia, la zuppa che i pescatori facevano in barca con il pesce invendibile, patate, pomodoro e l'acqua del lago stesso. La verità onesta è che la pesca professionale nel Bolsena si è ridotta molto e che diversi ristoranti sul lungolago servono pesce d'allevamento o addirittura pesce di mare: chiedere la provenienza è legittimo e chi lavora bene risponde volentieri.
Aziende agricole con ospitalità
Strutture reali del territorio, verificate una per una sul loro sito. Quello che leggi è quanto dichiarano loro: la visita della redazione non c'è ancora stata, e quando ci sarà lo scriveremo.
Fattoria Capobianco
Montefiascone (VT)Azienda a coltivazione biologica certificata sopra il lago di Bolsena: Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, olio extravergine e ortaggi. Ospitalità in un casale da dieci posti, due appartamenti e una suite, tutti con cucina.
fattoriacapobianco.itAzienda Agricola Sensi
Tuscania (VT)Undici ettari di oliveto a cultivar caninese a un chilometro dal centro di Tuscania, per olio extravergine DOP Tuscia. Quattro appartamenti ricavati dagli annessi agricoli: Il Granaio, L'Officina, Il Frantoio, La Dispensa.
doppisensi.itPodere la Branda
Vetralla (VT)Oliveto a Leccino, Canino e Moraiolo con certificazione biologica BioAgriCert, in strada Forocassio. Sei casaletti indipendenti con giardino privato e una camera matrimoniale, più ristorante biologico e piscina.
poderelabranda.itAzienda Agricola Le Moline
Vetralla (VT)Olio extravergine biologico, miele e confetture artigianali, con allevamento proprio. Camere, fattoria didattica con visita agli animali e ristorante aperto il venerdì sera e nei fine settimana a pranzo.
lemolinevetralla.comI prodotti di questo territorio
Le esperienze da fare
La Tuscia si gira in auto e vale la pena costruire il viaggio attorno a tre nuclei. Il primo è il lago di Bolsena: il giro completo delle sponde è di una sessantina di chilometri, con Bolsena e Montefiascone sul versante est, Marta e Capodimonte a sud, Gradoli e Grotte di Castro a ovest. Ci sono due isole, la Bisentina e la Martana, e la prima è visitabile con battello da Capodimonte in stagione, dopo anni di chiusura. Il lago è balneabile e ha spiagge di sabbia nera vulcanica.
Il secondo è il sistema dei palazzi e dei giardini. Palazzo Farnese a Caprarola è un pentagono cinquecentesco con una scala elicoidale affrescata che è il miglior edificio civile della zona; sopra ha i giardini alti con le palazzine del Vignola, che si visitano a orari separati e vanno verificati. Il parco dei mostri di Bomarzo, con le sculture in peperino cinquecentesche disseminate nel bosco, è privato, a pagamento, e nei fine settimana è affollato di famiglie: è comunque unico. Villa Lante a Bagnaia, subito fuori Viterbo, ha il giardino d'acqua rinascimentale meglio conservato d'Italia ed è meno battuta delle altre due.
Il terzo è quello etrusco. Le necropoli di Tarquinia hanno tombe dipinte visitabili una alla volta, ed è la più importante testimonianza di pittura pre-romana esistente; il museo nazionale nel palazzo Vitelleschi, in paese, completa la visita. Norchia e Castel d'Asso sono necropoli rupestri in mezzo alla campagna, senza servizi e senza folla, e vanno raggiunte con scarpe adeguate.
Sul cibo, le attività concrete sono poche ma reali: i caseifici della zona di Viterbo e Vetralla accettano visite su richiesta e vendono pecorino a prezzi da caseificio; i frantoi attorno a Canino lavorano a novembre e vendono olio nuovo direttamente; le aziende di nocciole dei Cimini fanno vedere raccolta e tostatura tra fine agosto e settembre. Per le terme, la Tuscia ha sorgenti sulfuree libere e gratuite nei dintorni di Viterbo (le pozze del Bagnaccio e quelle lungo la vecchia Cassia) che sono un patrimonio vero e che d'inverno funzionano benissimo; sono però strutture spartane, senza servizi, e in certi periodi molto frequentate.
Una nota su Civita di Bagnoregio. Il paese sulla rupe che frana è impressionante e va visto, ma è ormai un sito a biglietto con poche decine di residenti e una densità di negozi per turisti altissima. Ci si arriva a piedi da un ponte pedonale lungo trecento metri, e la visita reale dura mezz'ora. Andarci all'alba o al tramonto infrasettimanale cambia tutto.
Il calendario dell'anno
L'inverno è la stagione della cucina di questa zona. Da dicembre a febbraio arrivano il castrato, le zuppe, i legumi, il broccoletto e le verze, e le terme libere di Viterbo hanno un senso che a luglio non hanno. A fine inverno, il mercoledì delle Ceneri, a Gradoli si tiene il Pranzo del Purgatorio con i fagioli, che è un rito di confraternita più che un evento turistico e va prenotato con largo anticipo.
La primavera è il momento migliore per il paesaggio: le vie cave e le necropoli si camminano bene, la campagna è verde, i laghi non sono ancora affollati. In tavola compaiono le erbe di campo, gli asparagi selvatici e le prime fave con il pecorino. Ad aprile e maggio si trovano ancora i fagioli dell'annata precedente, poi finiscono.
L'estate è calda e secca, con temperature che a Viterbo superano regolarmente i trentacinque gradi. I laghi diventano la destinazione, con Bolsena e Vico balneabili e meno affollati del mare, e le sagre di paese occupano tutti i fine settimana da giugno ad agosto: sono il modo più economico e più diretto per mangiare lombrichelli e acquacotta, con la variabilità che le sagre comportano. Ferragosto in Tuscia è tranquillo perché i romani vanno al mare.
Settembre è il mese della nocciola, con la raccolta meccanica nei Cimini che comincia in realtà a fine agosto, e del ritorno a temperature vivibili. Il 3 settembre a Viterbo si trasporta a spalla la Macchina di Santa Rosa, una torre illuminata alta trenta metri portata da un centinaio di uomini per le vie del centro: è patrimonio immateriale UNESCO, la città si riempie e trovare da dormire quel giorno senza aver prenotato mesi prima è impossibile. Ottobre e novembre portano castagne a Soriano nel Cimino, funghi, olio nuovo a Canino e il vino nuovo: sono i due mesi in cui il rapporto tra qualità della tavola e presenza di turisti è più favorevole.
Come arrivare e muoversi
Da Roma si sale con la Cassia, che è una strada statale a due corsie, panoramica e lenta, oppure con l'autostrada A1 fino a Orte e poi con la superstrada Orte-Viterbo. Il secondo percorso è più rapido di mezz'ora e meno faticoso. Da Firenze si scende in A1 fino a Orvieto o Attigliano. Dall'aeroporto di Fiumicino a Viterbo ci vogliono circa un'ora e quaranta.
In treno esistono due linee. La ferrovia Roma-Viterbo, che parte da Roma Ostiense e Trastevere passando per Bracciano, impiega attorno alle due ore ed è la più utile per chi vuole raggiungere direttamente il capoluogo; la linea da Roma Flaminio, ex ferrovia concessa, è più lenta e serve la parte sud della provincia. Chi arriva da nord scende a Orte, sulla direttrice principale, e prosegue con un regionale o in autobus.
Il punto scomodo è che senza auto la Tuscia è quasi impraticabile. I paesi sono distanti l'uno dall'altro, gli autobus provinciali collegano Viterbo ai centri principali con corse scarse e quasi nulle nei fine settimana, e i luoghi che valgono il viaggio (Caprarola, Bomarzo, le necropoli rupestri, i caseifici, il giro del lago) stanno fuori dai centri abitati. Chi arriva in treno noleggi a Viterbo o a Orte.
Gli aeroporti sono Fiumicino e Ciampino, entrambi entro le due ore, e Perugia a circa un'ora e mezza per chi arriva dall'Umbria. Il porto di Civitavecchia è a quaranta minuti da Tarquinia, il che rende la parte costiera della provincia una tappa possibile per chi sbarca da una crociera o da un traghetto sardo.
Dentro il territorio le distanze sono ingannevoli: Viterbo-Bolsena sono trenta chilometri ma su strade a curve, Viterbo-Tarquinia quaranta con lo stesso problema. Contare quaranta minuti per ogni spostamento è più realistico di quanto dica il navigatore, soprattutto d'estate con i mezzi agricoli in strada.
Domande frequenti
È vero che il pecorino romano si fa nella Tuscia e non a Roma?
In buona parte sì, con una precisazione. Il Pecorino Romano DOP nasce nell'agro romano ma da fine Ottocento la produzione si è spostata in massa in Sardegna, che oggi copre la stragrande maggioranza del prodotto a denominazione. Della quota che resta nel Lazio, la parte più consistente si lavora nella provincia di Viterbo, dove ci sono ancora greggi e caseifici in numero significativo, mentre nell'area attorno a Roma la produzione è marginale. Quindi il romano di origine laziale è più spesso viterbese che romano. Nei caseifici della zona si compra direttamente, a prezzi sensibilmente più bassi che nelle botteghe della capitale.
Il fagiolo del Purgatorio si trova tutto l'anno?
No. È un fagiolo bianco piccolo con buccia sottilissima, coltivato in quantità limitate attorno a Gradoli e sulla sponda occidentale del lago di Bolsena, ed è presidio Slow Food. La raccolta è estiva e la scorta di norma si esaurisce nel corso della primavera successiva. Il momento identitario è il Pranzo del Purgatorio del mercoledì delle Ceneri, quando la confraternita di Gradoli serve un pasto di magro basato su questi fagioli. Fuori stagione, chi lo propone in carta o ha una scorta secca dichiarata o sta usando un altro fagiolo: vale la pena chiedere, perché la differenza di prezzo con un cannellino comune è notevole.
Vale la pena andare a Civita di Bagnoregio?
Sì, ma sapendo cosa si va a vedere. Il paese sorge su una rupe di tufo poggiata su argille in erosione continua, si raggiunge solo a piedi da un ponte pedonale, e l'ingresso è a pagamento con un biglietto istituito per finanziare la manutenzione. I residenti stabili sono pochissimi e quasi tutti gli edifici del borgo ospitano attività per visitatori, il che rende l'esperienza più simile a un sito museale che a un paese vivo. Il colpo d'occhio dalla strada e dal belvedere di Bagnoregio è comunque notevole. Chi ci va in un giorno feriale presto la mattina o verso il tramonto trova pochissima gente e una situazione completamente diversa dal fine settimana.
L'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è un buon vino?
È un vino con una storia commerciale eccellente e una reputazione qualitativa modesta, e conviene saperlo. La leggenda del servitore del vescovo tedesco che nel dodicesimo secolo segnava con la parola Est le osterie con il vino buono ha reso famosa la denominazione ben prima che ci fosse un motivo enologico. Nella pratica si tratta di un bianco da uve Trebbiano toscano, Trebbiano giallo e Malvasia, prodotto per decenni in quantità elevate e con ambizioni basse. Esistono alcuni produttori che lavorano seriamente su rese ridotte e ottengono bianchi corretti e sapidi, ma vanno cercati: comprare la prima bottiglia che si trova per via del nome è quasi sempre una delusione.