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La crosta del formaggio: quando è formaggio e quando è imballaggio

Su alcune forme la crosta è la stessa pasta, asciugata. Su altre è paraffina. Abbiamo messo in fila cosa dicono i disciplinari, perché a occhio la differenza non si vede.

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Le croste non sono una cosa sola

Sotto la stessa parola convivono tre oggetti diversi, e confonderli è l'origine di quasi tutti gli equivoci.

La prima è la crosta che nasce da sé: la superficie della pasta che, con la salamoia e i mesi in magazzino, perde acqua, si compatta e si scurisce. Non è stata aggiunta, è la stessa cagliata che si è asciugata. È il caso del Parmigiano Reggiano.

La seconda è la crosta fiorita o lavata, cioè viva: uno strato di muffe o batteri che il casaro coltiva sulla superficie e che partecipa alla maturazione. Taleggio, Strachitunt, Salva Cremasco stanno qui, e in questi formaggi la crosta è parte del sapore, non una difesa.

La terza non è formaggio affatto: è un rivestimento aggiunto per proteggere la forma, in genere paraffina o materiali plastici alimentari. Serve al trasporto e alla conservazione, e nessuno l'ha mai pensata come qualcosa da mangiare.

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Cosa dicono i disciplinari, formaggio per formaggio

Abbiamo guardato cosa prescrivono i disciplinari e cosa dichiarano le schede dei formaggi che abbiamo in atlante. Il quadro che ne esce non si può dedurre guardando la forma.

Su alcuni prodotti il trattamento è vietato per disciplinare. Sul Parmigiano Reggiano non sono ammessi trattamenti chimici né rivestimenti artificiali, e la crosta è quindi la stessa pasta. Il disciplinare della Fontina prescrive una crosta sottile e bruno-arancio e vieta che sia coperta di cera. Il Piacentinu Ennese non deve averla trattata.

Su altri il trattamento è pratica corrente e dichiarata: il Provolone porta spesso paraffina, l'Asiago stagionato è trattato, il Pecorino Toscano può esserlo, il Canestrato Pugliese lo è.

E poi c'è il caso che spiazza di più: il Gorgonzola, dove la crosta rugosa e grigiastra non è considerata parte del prodotto da mangiare, pur non essendo un rivestimento aggiunto.

Cosa dicono i disciplinari sulla crosta, formaggio per formaggio
FormaggioCosa risulta sulla crosta
Parmigiano Reggianonessun trattamento chimico né rivestimento: è lo stesso formaggio, asciugato in salamoia
Fontinail disciplinare la vuole sottile e bruno-arancio, mai coperta di cera
Piacentinu Ennesenon deve essere trattata
Pecorino Romanocrosta naturale
Taleggiocrosta viva, lavata, di muffe naturali
Puzzone di Moenaresta sul pezzo e si mangia
Provolonespesso trattata con paraffina
Asiago stagionatotrattata
Pecorino Toscanopuò essere trattata
Canestrato Pugliesetrattata
Gorgonzolarugosa, rosata o grigiastra: non si mangia
Ragusano, Raschera, Valtellina Caseracrosta viva che deve respirare: sotto plastica soffoca
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Come si capisce al banco, senza fidarsi

Il modo affidabile è uno solo: chiederlo, e su un prodotto confezionato leggerlo. La normativa impone di indicare in etichetta se la crosta non è edibile, ed è un'informazione che va cercata perché di solito sta in piccolo.

Ci sono comunque due indizi visivi che valgono. Una superficie perfettamente liscia, uniforme e leggermente lucida, dello stesso colore su tutta la forma, di solito è un rivestimento: le croste naturali sono irregolari e portano i segni della fascera e della rivoltatura. E una crosta che si stacca in un unico foglio continuo, invece di sgretolarsi, è quasi sempre un materiale aggiunto.

Sul Parmigiano Reggiano c'è un controllo in più che vale per l'autenticità: la marchiatura a puntini impressa nello scalzo quando la forma era ancora fresca. Un rivestimento aggiunto non la porterebbe.

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Cosa farne, quando è formaggio

Sulle paste dure la crosta è materia prima, e in Emilia non si è mai buttata. L'uso classico è il brodo: un pezzo di crosta di Parmigiano nel minestrone o in una zuppa di legumi rilascia glutammati e grassi e cambia il piatto.

Due accortezze pratiche, che non riguardano la sicurezza ma la resa. La superficie esterna è stata maneggiata per mesi in magazzino, quindi si raschia con un coltello prima di usarla. E la crosta va tolta dal brodo prima di servire, perché quella parte non si scioglie: fa il suo lavoro e poi resta gommosa.

Sulle croste vive, quelle lavate o fiorite, il discorso è diverso: lì la crosta si mangia insieme alla pasta perché è dove sta buona parte dell'aroma. Toglierla a un Taleggio significa mangiare metà del formaggio.

Sulle croste rivestite non c'è niente da fare: si tolgono e si buttano, perché sono imballaggio.

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La crosta come protezione, e perché la pellicola la rovina

Una crosta viva respira, ed è questa la ragione per cui diverse schede lo dicono esplicitamente: Ragusano, Raschera e Valtellina Casera sotto plastica soffocano.

Avvolgere una crosta naturale nella pellicola a contatto blocca lo scambio di umidità. La superficie diventa appiccicosa e poi ammuffisce dove non dovrebbe, e non è la muffa buona del casaro: è condensa. La carta accoppiata dei banchi serve esattamente a evitarlo, e in casa la carta da forno dentro un contenitore chiuso è il compromesso ragionevole.

C'è anche una conseguenza sulla durata che si vede a occhio: un pezzo con più crosta e meno superficie tagliata asciuga più lentamente di un pezzo dello stesso peso tutto scoperto. La crosta è la prima difesa del formaggio, e vale la pena non tagliarla via in anticipo.

In sintesi

  • Esistono tre croste diverse: la pasta asciugata, la crosta viva di muffe o batteri, e il rivestimento aggiunto.
  • Sul Parmigiano Reggiano il disciplinare vieta trattamenti chimici e rivestimenti: quella crosta è lo stesso formaggio.
  • Sul Provolone è spesso paraffina, e la paraffina non è formaggio.
  • Il disciplinare della Fontina vieta la copertura di cera; quello del Piacentinu Ennese vieta il trattamento.
  • Sul Gorgonzola la crosta non si mangia, pur non essendo un rivestimento aggiunto.
  • Una crosta perfettamente liscia e uniforme che si stacca in un foglio unico è quasi sempre un materiale aggiunto.

Domande frequenti

La crosta del Parmigiano Reggiano è trattata?

No. Il disciplinare vieta trattamenti chimici e rivestimenti artificiali, quindi quella crosta è la stessa pasta indurita in salamoia e nei mesi di magazzino. Essendo la superficie esposta e maneggiata a lungo, prima di usarla si raschia con un coltello.

Quali formaggi italiani hanno la crosta trattata?

Fra quelli che abbiamo in atlante, il Provolone porta spesso paraffina, l'Asiago stagionato è trattato, il Canestrato Pugliese lo è e il Pecorino Toscano può esserlo. La Fontina invece ha un disciplinare che vieta espressamente la copertura di cera.

Perché sul Gorgonzola la crosta non si usa?

Perché su un erborinato a pasta cruda la superficie è un ambiente diverso dalla pasta interna e non partecipa al sapore nello stesso modo. Non è un rivestimento aggiunto, semplicemente non è considerata parte del prodotto da consumare.

Come capisco se una crosta è un rivestimento?

Una superficie perfettamente liscia, uniforme e leggermente lucida di solito lo è: le croste naturali sono irregolari e portano i segni della fascera. E un rivestimento si stacca in un foglio continuo invece di sgretolarsi. Sui prodotti confezionati la non edibilità va comunque indicata in etichetta.

Che ci faccio con la crosta di Parmigiano?

L'uso classico è il brodo: un pezzo nel minestrone o in una zuppa di legumi rilascia glutammati e grassi. Si raschia prima, e si toglie prima di servire, perché non si scioglie e resta gommosa.

Posso avvolgere il formaggio nella pellicola?

Su una crosta viva è la scelta peggiore, perché blocca lo scambio di umidità e la superficie diventa appiccicosa. Diverse schede lo dicono esplicitamente per Ragusano, Raschera e Valtellina Casera. Meglio la carta accoppiata dei banchi, o carta da forno dentro un contenitore chiuso.

Le fonti

Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.

Le schede citate

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