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Spiegazione

Olio EVO: cosa significa davvero, e cosa non garantisce

Extravergine non è un complimento, è una categoria di legge con due esami da superare: uno chimico e uno fatto da assaggiatori. Cosa misurano, e perché la sigla da sola dice meno di quanto sembri.

Macina in granito di un frantoio, con le ruote di pietra in posizione01
Macina in granito di un frantoio, con le ruote di pietra in posizionePeter Forster, Centobuchi · CC BY-SA 2.0
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Cosa vuol dire la sigla, e perché è nata

EVO è semplicemente l'acronimo di extravergine di oliva. Non è una denominazione, non è un marchio di qualità e non indica un'origine: è una scorciatoia entrata nell'uso comune negli ultimi anni, soprattutto nella comunicazione dei produttori.

Quello che conta è la categoria che sta dietro la sigla. Il diritto europeo classifica gli oli d'oliva in categorie precise, e «olio extravergine di oliva» è la prima. Le altre sono «olio di oliva vergine», l'olio lampante, che non è vendibile al consumo così com'è, e l'«olio di oliva» senza aggettivi, che è una miscela di raffinato e vergine.

Sono definizioni di legge, non di marketing. Un olio o rientra nei parametri o non ci rientra, e chi scrive extravergine su un prodotto che non li rispetta commette un illecito.

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Il primo esame: l'acidità, e cosa misura sul serio

Il parametro più citato è l'acidità libera, espressa in acido oleico. Per l'extravergine il limite è 0,8 grammi ogni 100 grammi. Per l'olio vergine si sale a 2. Oltre i 2 l'olio è lampante e non può essere venduto al consumatore in quello stato.

Qui va sfatato l'equivoco più diffuso: l'acidità non è un sapore. Non si sente in bocca e non ha niente a che vedere con la sensazione di pizzicore in gola, che dipende invece dai polifenoli. È un dato di laboratorio, e misura il grado di degradazione dei grassi: aumenta quando le olive arrivano ammaccate, malate o raccolte da terra, quando restano troppo giorni in attesa prima della molitura, quando la lavorazione scalda troppo la pasta.

Quindi l'acidità dice come sono state trattate le olive fra l'albero e il frantoio. È un indicatore di igiene di processo, e per questo è un valore da conoscere. Non è un indicatore di gusto.

Accanto all'acidità la normativa fissa altri parametri chimici, dal numero di perossidi agli assorbimenti nell'ultravioletto, che servono a intercettare ossidazioni e miscelazioni con oli raffinati. Sono i controlli che nessuno può fare a casa.

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Il secondo esame: quello che fanno le persone

La parte che quasi nessuno racconta è che l'extravergine non si decide solo in laboratorio. Serve anche un esame organolettico, il cosiddetto panel test: un gruppo di assaggiatori addestrati valuta l'olio secondo un metodo codificato, in bicchieri scuri perché il colore non influenzi il giudizio.

Perché sia extravergine servono due cose insieme: nessun difetto percepito, e una nota fruttata presente. Difetti tipici sono il riscaldo, quando le olive hanno fermentato in attesa, la muffa, l'avvinato, il rancido. Se compare un difetto, l'olio scende di categoria anche se l'acidità è a posto.

È un punto che cambia la lettura dell'etichetta: extravergine non è una soglia sola da superare, sono due esami da passare entrambi, uno strumentale e uno umano.

Ruota di pietra di una macina per olive in funzione nella vasca02
Ruota di pietra di una macina per olive in funzione nella vascaSara.perrone · pubblico dominio
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Cosa la sigla non garantisce affatto

Extravergine è una soglia minima, non un attestato di eccellenza, e soprattutto non dice tre cose che molti danno per scontate.

Non dice l'origine. Un olio può essere extravergine e nascere da olive di più Paesi: in quel caso l'etichetta deve indicarlo, con formule come «miscela di oli di oliva dell'Unione europea». «Imbottigliato in Italia» non significa olive italiane.

Non dice l'annata, se non c'è il termine minimo di conservazione a suggerirla, e l'olio non migliora invecchiando: è l'opposto del vino.

Non dice il gusto. Fra due extravergine entrambi a norma può esserci una distanza enorme, in amaro, piccante, intensità del fruttato. Sono differenze reali e nessun parametro di legge le racconta.

Se si vuole un livello ulteriore di garanzia esistono le denominazioni protette, DOP e IGP, che aggiungono al minimo di legge un disciplinare su zona, cultivar e metodo.

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Cosa guardare in etichetta, in ordine di utilità

La prima cosa è l'origine delle olive, scritta per obbligo: «olio di oliva italiano», «dell'Unione europea», «non UE», o le formule miste. È il dato che distingue di più fra due bottiglie apparentemente uguali.

La seconda è il termine minimo di conservazione, che permette di risalire indietro e capire quanto è vecchio l'olio. Più è lontano, più la campagna è recente.

La terza, quando c'è, è l'indicazione dell'annata di raccolta, che non è obbligatoria e che i produttori attenti riportano volentieri.

Dell'acidità in etichetta si può dire una cosa sola: quando compare, è un'informazione volontaria e va letta per quello che è, cioè un dato di processo. Non promette che l'olio sia buono, promette che le olive sono state trattate bene.

In sintesi

  • EVO è solo l'acronimo di extravergine di oliva: la sostanza è la categoria di legge che c'è dietro.
  • Il limite di acidità libera dell'extravergine è 0,8 g per 100 g; il vergine arriva a 2, oltre è lampante.
  • L'acidità non è un sapore e non si sente in bocca: misura come sono state trattate le olive prima della molitura.
  • Serve anche un esame di assaggio: zero difetti e una nota fruttata. Un difetto fa scendere di categoria.
  • Extravergine non dice origine, annata né gusto. L'origine delle olive in etichetta è obbligatoria: leggerla è la mossa più utile.
  • L'olio non migliora invecchiando.

Domande frequenti

Cosa vuol dire olio EVO?

È l'acronimo di olio extravergine di oliva, la prima categoria prevista dalla normativa europea sugli oli d'oliva. Non è un marchio né una denominazione di origine: indica che l'olio rispetta i parametri chimici e organolettici di quella categoria.

Qual è l'acidità massima di un olio extravergine?

0,8 grammi ogni 100 grammi, espressa in acido oleico. L'olio di oliva vergine può arrivare a 2 grammi; oltre quel valore si tratta di olio lampante, che non è vendibile al consumatore in quello stato.

Un'acidità più bassa vuol dire un olio più buono?

Non necessariamente. L'acidità è un dato di laboratorio e non si percepisce assaggiando: dice come sono state trattate le olive fra la raccolta e la molitura. Il gusto dipende da cultivar, maturazione e polifenoli, che l'acidità non misura.

Che differenza c'è fra olio extravergine e olio di oliva?

L'olio extravergine si ottiene solo per via meccanica e deve superare sia i parametri chimici sia l'esame di assaggio. L'«olio di oliva» senza aggettivi è invece una miscela di olio raffinato e olio vergine, ed è un prodotto diverso.

L'olio extravergine è per forza italiano?

No, e l'etichetta è obbligata a dirlo. Può essere italiano, comunitario, extracomunitario o una miscela, e «imbottigliato in Italia» riguarda il luogo del confezionamento, non l'origine delle olive.

L'olio migliora invecchiando?

No, è il contrario del vino: con il tempo si ossida e perde le note fruttate. Il termine minimo di conservazione in etichetta serve proprio a risalire a quanto è recente.

Le fonti

Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.

Le schede citate

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