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Pasta e pane

Pane carasau

Il pane carasau è il pane sottilissimo della Barbagia: un disco di semola alto meno di un millimetro, cotto due volte, che si spezza come un foglio di vetro. Nato per durare mesi nelle bisacce dei pastori, oggi è il pane sardo più conosciuto fuori dall'isola.

Sardegna
Pane carasau, pasta e pane della Sardegna
Pane carasau, pasta e pane della SardegnaLuigi Chiesa · CC BY 3.0
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Che cos'è

Il pane carasau è un pane azzimo solo all'apparenza: contiene lievito, ma la sua sottigliezza estrema e la doppia cottura lo rendono completamente disidratato, e quindi conservabile per mesi. È un disco di venticinque-trentacinque centimetri di diametro, ambrato, punteggiato di bolle, spesso come un cartoncino.

Il nome viene dal verbo sardo carasare, che significa tostare: è la seconda cottura, quella che asciuga il pane e gli dà la friabilità, a dare il nome al prodotto. L'altro nome con cui lo si incontra, soprattutto fuori dalla Sardegna, è carta da musica: la definizione è ottocentesca e continentale, e allude alla trasparenza del foglio e al rumore che fa quando lo si spezza.

È un pane funzionale prima che gastronomico. La Barbagia è terra di pastorizia transumante, e un pastore che stava fuori settimane aveva bisogno di un pane che non ammuffisse e che pesasse poco. Il carasau risolve entrambi i problemi: privo d'acqua, non ha di che deteriorarsi, e un chilo di carasau è una pila di venti fogli.

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Dove nasce

Il centro di gravità è la Barbagia, in provincia di Nuoro: Orgosolo, Oliena, Mamoiada, Ollolai, Fonni. Da lì il pane si è diffuso a tutta l'isola, con variazioni di spessore e di diametro che cambiano di paese in paese: più grande e più sottile nel Nuorese, più piccolo e leggermente più spesso verso l'Ogliastra.

I ritrovamenti archeologici nei villaggi nuragici hanno restituito resti di pani sottili cotti su pietra, e la continuità con il carasau moderno è ragionevole anche se non dimostrabile nel dettaglio. Quello che è documentato bene è il ruolo sociale: fino a pochi decenni fa il carasau si faceva in casa, in giornate collettive che coinvolgevano più donne del vicinato, con ruoli precisi e non intercambiabili.

Oggi la produzione è per lo più di panifici, ma resta capillare: quasi ogni paese della Sardegna interna ha il suo forno, e le differenze fra un carasau di Oliena e uno di Ollolai si sentono.

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Come si produce

L'impasto è essenziale: semola rimacinata di grano duro, acqua, sale e lievito, pasta madre nelle produzioni tradizionali, lievito di birra in molte industriali. Dopo la lievitazione l'impasto si divide in pezzature piccole e si stende con il matterello fino a ottenere un disco sottilissimo e perfettamente circolare. È il passaggio più difficile, e nelle squadre tradizionali era affidato a una donna specializzata.

Il disco entra in forno a legna a temperatura molto alta, intorno ai 400-450 gradi, e in meno di un minuto si gonfia come un pallone: il vapore interno separa le due facce. Appena sgonfiato, ancora caldo, il pane viene aperto con un coltello lungo il bordo e diviso in due dischi identici. Questa operazione, che in sardo si chiama fresare, è ciò che distingue il carasau da qualunque altro pane sottile del Mediterraneo.

I due fogli vengono poi impilati sotto un peso perché restino piatti, e infine rimessi in forno a temperatura più bassa per la seconda cottura, la carasatura, che asciuga completamente il pane e gli dà il colore ambrato e la friabilità. Il risultato pesa circa il quaranta per cento dell'impasto di partenza.

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Come riconoscerlo

Un buon carasau è quasi traslucido controluce e uniforme nello spessore: le zone più spesse restano gommose e sono il difetto più comune delle produzioni frettolose. Il colore deve essere ambrato chiaro e omogeneo, con bolle bruciacchiate sparse: se è bianco pallido, la carasatura è stata insufficiente; se è marrone scuro, è bruciato e sarà amaro.

Spezzato, deve fare un rumore secco e frammentarsi in schegge nette, non piegarsi. Al tatto è asciutto, mai untuoso: il carasau classico non contiene olio. Se le dita restano unte, si ha in mano un pane guttiau, cioè carasau già condito, che è un altro prodotto e costa di più a parità di grano.

Sull'etichetta la lista deve fermarsi a quattro voci: semola di grano duro, acqua, sale, lievito. Farina di grano tenero, oli vegetali generici, conservanti o agenti lievitanti chimici indicano una scorciatoia industriale.

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Come si usa in cucina

Da solo si mangia così com'è, spezzato a mano, accanto a formaggio e salumi: il pecorino sardo e il carasau sono un'accoppiata che non ha bisogno di altro.

Il pane guttiau è la prima trasformazione: si spennella il foglio con olio extravergine, si sala e si passa in forno caldo un paio di minuti, finché non si imbolla e diventa fragrante. Va mangiato tiepido, ed è la cosa più vicina a una patatina che la panificazione mediterranea abbia prodotto.

Il pane frattau è il piatto vero. Si bagna un foglio in brodo bollente, di pecora per tradizione, per pochi secondi, si adagia sul piatto, si copre di salsa di pomodoro e pecorino grattugiato, e si ripete per tre o quattro strati. Sopra, un uovo in camicia. È un piatto povero costruito con avanzi che, fatto bene, è memorabile.

Da lì in poi il carasau funziona come sfoglia: al posto della pasta in una lasagna, come base di una millefoglie salata con formaggi e verdure, sbriciolato su una zuppa al posto dei crostini, o arrotolato con crema di formaggio a fare cannoli salati.

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Abbinamenti

Con il carasau nudo il vino giusto è un bianco sardo teso e sapido: Vermentino di Gallura, che con la sapidità della semola tostata lavora bene, o un Nuragus di Cagliari se si vuole restare più leggeri. Con il pane guttiau, dove entrano olio e sale, funziona anche un rosato di Cannonau.

Sul pane frattau, che è un piatto ricco di pomodoro e pecorino, serve un rosso: Cannonau di Sardegna d'annata, non troppo strutturato, servito fresco di cantina.

Gli abbinamenti gastronomici classici sono tre e non tradiscono: pecorino sardo (stagionato per contrasto, semistagionato per continuità), bottarga di muggine grattugiata con un filo d'olio, e salumi di maiale sardo. Il quarto, meno ovvio, è il miele amaro di corbezzolo: la sua amarezza contro la dolcezza tostata della semola è uno degli accostamenti più riusciti della cucina isolana.

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Quanto costa

In Sardegna il carasau di panificio costa fra 6 e 12 euro al chilo, e si compra a peso in pile di fogli interi. È un prezzo che sorprende chi lo conosce solo dal supermercato continentale, dove le confezioni da 250 grammi si pagano fra 2 e 3,50 euro, cioè fra 10 e 14 euro al chilo.

Le produzioni artigianali con pasta madre e semola di grani antichi sardi come Cappelli e Trigu Cossu arrivano a 16-22 euro al chilo, e la differenza si sente soprattutto nel profumo.

Un foglio pesa circa 25-35 grammi, quindi un chilo sono trenta o quaranta fogli: un'enormità. Per una cena per quattro bastano sei o sette fogli. È uno dei pochi prodotti sardi in cui il prezzo al chilo dice poco e conviene ragionare a pezzo.

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Come conservarlo

Chiuso e all'asciutto dura mesi, e le produzioni industriali dichiarano scadenze anche a un anno. Il nemico è l'umidità: basta una notte in una cucina umida perché il foglio perda la friabilità e diventi coriaceo.

Si conserva in verticale o impilato in un sacchetto di carta dentro un contenitore rigido, mai in frigorifero. Se ammorbidisce, si recupera perfettamente: due minuti in forno a 180 gradi e torna come nuovo. È forse l'unico pane al mondo che si rigenera integralmente.

Una volta bagnato, per il frattau o per una lasagna, non torna indietro e va consumato subito. Il guttiau, che contiene olio, ha una vita più corta: due o tre giorni, poi l'olio comincia a sapere di vecchio.

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Dove assaggiarlo

In Barbagia, e in particolare nel triangolo Nuoro-Oliena-Orgosolo, dove i panifici vendono ancora il pane appena carasato e caldo. A Mamoiada e a Ollolai si trovano forni che lavorano su ordinazione e producono fogli di diametro maggiore, quelli che i continentali non vedono mai.

A Cagliari e ad Alghero il carasau è ovunque, ma è quasi sempre prodotto altrove: si mangia bene, si compra peggio. In Ogliastra, verso Baunei e Urzulei, il formato è diverso, con dischi più piccoli e leggermente più spessi, e vale la pena confrontare.

Per il pane frattau, le trattorie dell'interno di Nuoro lo servono tutto l'anno; nei paesi si trova soprattutto durante le feste patronali, quando il brodo di pecora c'è già per altri motivi.

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Domande frequenti

Pane carasau e carta da musica sono la stessa cosa?

Sì. Carasau è il nome sardo, dal verbo carasare, tostare; carta da musica è la definizione continentale ottocentesca, che allude alla sottigliezza del foglio. Indicano lo stesso pane. In Sardegna si usa quasi sempre il primo.

Qual è la differenza tra pane carasau e pane guttiau?

Il guttiau è carasau già condito: spennellato con olio extravergine, salato e ripassato in forno finché non si imbolla. Si mangia tiepido come sfizio, dura meno del carasau nudo e non si usa per il pane frattau, che richiede il foglio asciutto.

Il pane carasau fa ingrassare?

Ha circa 380 calorie per cento grammi, più del pane comune, ma solo perché non contiene acqua. A parità di porzione reale pesa molto meno: due fogli sono circa sessanta grammi. Il guttiau, con l'olio, sale sopra le 450 calorie per cento grammi.

Come si ammorbidisce il pane carasau?

Si immerge un foglio per pochi secondi in brodo bollente o in acqua calda salata, e si scola subito. Basta pochissimo: se resta in ammollo si sfalda. Per una lasagna di carasau si bagna appena e si lascia che finisca di idratarsi in cottura con il sugo.

Il pane carasau contiene glutine?

Sì, è fatto di semola di grano duro ed è quindi assolutamente sconsigliato ai celiaci. Non esiste una versione tradizionale senza glutine: la sottigliezza estrema dipende proprio dalla maglia glutinica della semola.

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