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Glossario

L'Italian sounding

L'Italian sounding è la vendita di prodotti che evocano l'Italia (nomi, bandiere, paesaggi, cognomi inventati) senza esserlo. Secondo le stime di Coldiretti e Filiera Italia vale oltre centoventi miliardi di euro l'anno, quasi il doppio dell'export agroalimentare italiano reale.

La cifra più citata, oltre centoventi miliardi di euro di fatturato mondiale, va maneggiata con onestà: è una stima di parte, elaborata da Coldiretti e Filiera Italia sul giro d'affari dei prodotti «evocativi», non una statistica ufficiale, e la metodologia è discutibile perché include prodotti che nessuno spaccia per italiani. Il termine di paragone, invece, è solido: l'export agroalimentare italiano rilevato dall'ISTAT ha superato i sessantacinque miliardi di euro nel 2024, con il record storico dell'ultimo decennio. Anche ridimensionando la stima, resta il fatto strutturale: la gran parte dei formaggi venduti nel mondo con nomi italiani non è prodotta in Italia, e per molti prodotti la versione locale ha decenni di storia e una quota di mercato che l'originale non ha mai avuto.

Le forme dell'Italian sounding sono ricorrenti. La traduzione-imitazione del nome protetto: Parmesan negli Stati Uniti e nel Regno Unito, Parmesão in Brasile, Reggianito in Argentina, il «Romano» statunitense che è di latte vaccino e non di pecora, l'Asiago del Wisconsin. Il nome-macedonia che allude senza copiare: il Cambozola tedesco, incrocio dichiarato di camembert e gorgonzola. Il suffisso di comodo: «San Marzano style», «Italian style seasoning», «balsamic style glaze». La geografia fittizia in etichetta: tricolore, Vespa, colline con cipressi, cognomi italiani inventati su prodotti fatti a duemila chilometri. E infine, la forma più sottile, l'assemblaggio in Italia di materia prima estera, che non è nemmeno illegale.

La giurisprudenza europea ha disegnato confini piuttosto netti. Nella causa C-132/05, Commissione contro Germania, decisa il 26 febbraio 2008, la Corte di giustizia ha respinto il ricorso della Commissione, perché la Germania non era obbligata a perseguire d'ufficio i propri produttori, ma ha affermato con chiarezza che l'uso della parola «Parmesan» costituisce evocazione della denominazione protetta «Parmigiano Reggiano», respingendo la tesi che fosse ormai un termine generico. Nella causa C-87/97 del 4 marzo 1999, Gorgonzola contro Cambozola, ha stabilito che la somiglianza fonetica e visiva può integrare evocazione anche quando l'etichetta indica la vera origine del prodotto. La causa C-490/19 sul Morbier, del 2020, ha esteso il principio alla riproduzione dell'aspetto caratteristico. Ma esistono limiti: nella causa C-432/18 del 2019 la Corte ha stabilito che la tutela dell'Aceto Balsamico di Modena IGP non si estende ai singoli termini non geografici «aceto» e «balsamico», che restano di uso libero.

Fuori dall'Unione europea, però, la DOP vale molto meno di quanto si immagini. Negli Stati Uniti alcuni nomi italiani sono considerati generici o semigenerici e hanno addirittura uno standard federale di identità: il Titolo 21 del Code of Federal Regulations, sezione 133.165, definisce il «parmesan and reggiano cheese» come un formaggio statunitense stagionato non meno di dieci mesi. Lo stesso vale per romano, asiago, gorgonzola, fontina, provolone. La tutela all'estero si conquista accordo per accordo: il CETA con il Canada, in applicazione dal 2017, protegge molti nomi ma fa salvi gli utilizzatori storici di Parmesan, Asiago, Fontina e Gorgonzola; l'accordo UE-Giappone del 2019 e quello UE-Cina, in vigore dal 1° marzo 2021 con cento nomi protetti per parte, tutelano in pieno. Con gli Stati Uniti non esiste nulla di simile, e il Consortium for Common Food Names lavora stabilmente perché la situazione non cambi.

Il caso dell'olio merita un paragrafo perché è il più sottile e il più diffuso in Italia. Un extravergine imbottigliato in Italia con olive spagnole, greche o tunisine è perfettamente legale: deve solo dichiarare «miscela di oli di oliva originari dell'Unione europea», oppure «non originari», secondo il Regolamento (UE) 29/2012 sulle norme di commercializzazione. La dicitura è obbligatoria, ma sta sul retro, in corpo minimo, dietro un fronte che parla italiano in ogni sua parte. «Prodotto in Italia» per l'olio significa invece che le olive sono state raccolte e molite in Italia. La legge 14 gennaio 2013 n. 9 ha imposto che l'origine compaia nel campo visivo principale con un corpo minimo, e ha fissato il termine minimo di conservazione a non oltre diciotto mesi dal confezionamento. Le tre difese pratiche sono sempre le stesse: leggere il retro, cercare il simbolo europeo DOP o IGP e l'annata di raccolta, e guardare il prezzo, perché sotto una certa soglia l'extravergine italiano semplicemente non può esistere.

Domande frequenti

Vendere un formaggio chiamato «Parmesan» è illegale?

Nell'Unione europea sì: la Corte di giustizia, con la sentenza C-132/05 del 2008, ha stabilito che «Parmesan» evoca la denominazione protetta Parmigiano Reggiano e non è un termine generico. Negli Stati Uniti no: è un nome con uno standard di identità federale proprio, il 21 CFR 133.165.

Perché un olio con olive straniere può essere venduto come italiano?

Non può dirsi italiano, ma può essere confezionato in Italia con un fronte etichetta molto evocativo, purché sul retro riporti «miscela di oli di oliva originari dell'Unione europea» o «non originari», come impone il Regolamento (UE) 29/2012. La dicitura «prodotto in Italia» richiede invece olive raccolte e molite in Italia.

I pomodori «San Marzano» coltivati in California sono una frode?

No, perché San Marzano è anche il nome di una varietà, e coltivarla è lecito ovunque. La denominazione protetta è Pomodoro San Marzano dell'Agro Sarnese-Nocerino DOP, registrata nel 1996: solo quella identifica il prodotto campano, ed è una produzione molto piccola rispetto ai volumi venduti nel mondo con quel nome.

Le stime da centoventi miliardi sono affidabili?

Sono stime di parte elaborate da Coldiretti e Filiera Italia, non statistiche ufficiali, e includono prodotti eterogenei. L'ordine di grandezza del fenomeno resta però indiscusso: il confronto va fatto con i dati ISTAT sull'export agroalimentare italiano, oltre sessantacinque miliardi di euro nel 2024.

Le fonti

Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.

  • La sentenza del 26 febbraio 2008: «Parmesan» evoca la denominazione protetta Parmigiano Reggiano e non è diventato un termine generico nell'Unione.

  • Lo standard federale statunitense che rende il «parmesan» un formaggio americano legittimo: stagionatura non inferiore a dieci mesi, nessun vincolo di zona.

  • Le norme di commercializzazione dell'olio d'oliva: da qui vengono le diciture obbligatorie «miscela di oli di oliva originari dell'Unione europea» e «non originari».