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Glossario

DOCG, DOC, IGT: le sigle del vino

In Europa il vino ha due sole categorie a indicazione geografica, DOP e IGP. L'Italia le declina in tre sigle storiche: DOC e DOCG sono entrambe DOP, IGT corrisponde all'IGP. La DOCG non è una DOC migliore: ha regole più strette e un controllo in più.

La confusione nasce dal fatto che convivono due sistemi. Quello europeo conosce solo DOP e IGP: per il vino le definizioni stavano nell'articolo 93 del Regolamento (UE) 1308/2013 e dal 13 maggio 2024 sono confluite nel Regolamento (UE) 2024/1143, che ha riunito in un testo unico le indicazioni geografiche di alimenti, vini e bevande spiritose. Quello nazionale, oggi ordinato dal testo unico del vino, la legge 12 dicembre 2016 n. 238, conserva le sigle storiche come menzioni tradizionali riconosciute dall'Unione. La piramide italiana si legge così, dal basso: vino generico e vino varietale, poi IGT, che è a tutti gli effetti una IGP, poi DOC e DOCG, che sono entrambe DOP. Un'etichetta può riportare indifferentemente «denominazione di origine controllata» o «DOP»: dicono la stessa cosa.

La storia spiega le sigle meglio di qualsiasi schema. La legge 12 luglio 1963 n. 930 introdusse DOC e DOCG; la prima DOC riconosciuta fu la Vernaccia di San Gimignano, nel 1966. La DOCG rimase sulla carta per diciassette anni e arrivò solo nel 1980, con Brunello di Montalcino, Barolo, Barbaresco e Vino Nobile di Montepulciano. L'IGT è la più giovane: nasce con la legge 10 febbraio 1992 n. 164, e nasce per un problema preciso, cioè dare una collocazione dignitosa ai grandi vini toscani degli anni Settanta e Ottanta che, usando vitigni internazionali non ammessi dai disciplinari, erano legalmente «vini da tavola» pur costando come un cru di Borgogna.

Cosa cambia davvero fra DOC e DOCG. Per ottenere la DOCG una denominazione deve essere DOC da almeno dieci anni e aver acquisito notorietà commerciale; i disciplinari impongono rese per ettaro più basse e affinamenti più lunghi; l'esame chimico-fisico e organolettico non si fa solo sulle uve e sul vino sfuso ma partita per partita anche sul prodotto finito prima dell'imbottigliamento; l'imbottigliamento deve avvenire nella zona di produzione; e ogni bottiglia porta al collo il contrassegno di Stato, la fascetta numerata stampata dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, che per le DOC è invece facoltativa. Sui tempi la severità si vede a occhio: il Barolo DOCG richiede trentotto mesi di invecchiamento di cui almeno diciotto in legno, sessantadue mesi per la riserva; il Barbaresco ventisei mesi di cui nove in legno, cinquanta per la riserva; il Brunello di Montalcino non può essere immesso al consumo prima del 1° gennaio del quinto anno successivo alla vendemmia, con almeno due anni in botte di rovere e quattro mesi in bottiglia.

Detto questo, la piramide non è una classifica di qualità e i controesempi sono clamorosi. Masseto e Tignanello sono Toscana IGT. Il Sassicaia ha una denominazione tutta sua dal 1994, Bolgheri Sassicaia, che è una DOC e non una DOCG. Un produttore può declassare volontariamente a IGT per usare vitigni o percentuali non ammesse, per non accettare il giudizio di una commissione di degustazione, o semplicemente perché il mercato conosce il suo marchio meglio della sua denominazione. All'inverso, dentro una DOCG grande e vasta convivono vini memorabili e vini industriali fatti al minimo del disciplinare: la sigla fissa un pavimento condiviso, non premia l'eccellenza individuale. Le denominazioni italiane sono oltre cinquecento in tutto, con più di settanta DOCG, oltre trecento DOC e circa centoventi IGT.

In etichetta cercate quattro cose. La denominazione scritta per esteso accanto alla sigla. L'annata, che manca solo nei vini senza vendemmia dichiarata. La formula «imbottigliato all'origine», che indica l'imbottigliamento presso l'azienda produttrice e non presso terzi. E le menzioni aggiuntive, che sono le più informative: «Classico» indica la zona storica di origine della denominazione, «Superiore» in genere una gradazione più alta e rese più basse, «Riserva» un affinamento più lungo previsto dal disciplinare, «Vigna» seguito da un toponimo è ammesso solo per vigneti iscritti e rivendicati separatamente. Sul collo, la fascetta numerata: se la denominazione è DOCG deve esserci.

Domande frequenti

La DOCG è più buona della DOC?

No, ha regole più strette. Serve essere DOC da almeno dieci anni, le rese sono più basse, gli affinamenti più lunghi e c'è un esame organolettico e analitico partita per partita anche sul vino finito, oltre alla fascetta di Stato obbligatoria. Il livello qualitativo del singolo vino dipende dal produttore.

IGT è un livello inferiore?

Formalmente è la IGP del vino, con vincoli meno stretti su zona, vitigni e rese. Nella pratica alcuni dei vini italiani più costosi al mondo, come Tignanello e Masseto, sono Toscana IGT per scelta: la sigla dice quali regole si seguono, non quanto vale il vino.

A cosa serve la fascetta numerata sul collo della bottiglia?

È il contrassegno di Stato prodotto dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato: identifica in modo univoco la partita e permette la tracciabilità antifrode. È obbligatoria per tutte le DOCG, facoltativa per le DOC, che possono usare sistemi alternativi di tracciabilità telematica.

Che significa «Classico» in etichetta?

Indica che le uve provengono dalla zona storica e originaria della denominazione, cioè il nucleo da cui la denominazione si è poi allargata. Chianti Classico, Soave Classico, Valpolicella Classico: non è un giudizio di qualità, è una delimitazione geografica più stretta.

Le fonti

Dove verificare quello che c'è scritto qui sopra.

  • L'organizzazione comune di mercato in cui il vino a DOP e IGP ha trovato per un decennio la sua disciplina, articolo 93 e seguenti.

  • Il testo unico che dal 13 maggio 2024 tiene insieme le indicazioni geografiche di vini, bevande spiritose e prodotti agricoli.

  • La disciplina organica italiana della vite e del vino: è la legge nazionale che tiene in vita DOCG, DOC e IGT accanto alle categorie europee.